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Snare of Evil

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VOTO: 8,5

Letale (de)tour tra leggende e orrori del Vecchio Continente

In concorso al Ravenna Nightmare Film Fest 2025, di sicuro tra i migliori se non addirittura il migliore dei lungometraggi selezionati, Snare of Evil del ceco Jan Haluza è l’ennesima dimostrazione di come determinati filoni dell’horror contemporaneo, oramai abusati e stantii se realizzati oltreoceano, possano brillare di luce propria qualora opportunamente ricontestualizzati nel Vecchio Continente. La via maestra è quella del folk horror, qui appena lambita ma funzionale a rivitalizzare gli schemi datati di una narrazione che, altrimenti, avrebbe finito per ricalcare stancamente l’impronta di un qualsiasi slasher movie infarcito di elementi soprannaturali.
Lo stesso presupposto iniziale non è affatto nuovo: un gruppo eterogeneo di personaggi, più o meno amanti dell’horror, sale su un pulmino scassato per “godersi” uno stravagante pacchetto turistico, ovvero il piccolo “tour dell’orrore” organizzato da privati in una decadente cittadina di frontiera della Repubblica Ceca. Nucleo tematico del così bizzarro viaggio di gruppo è la memoria dei tristi fatti di sangue avvenuti un secolo prima nella zona, con i cui tenebrosi strascichi i partecipanti sono chiamati ad interagire. Le cose ovviamente non andranno secondo i piani. E dagli orrori simulati si passerà ben presto a quelli reali…

Già nella composizione degli iscritti al tour si può intravvedere la prima nota positiva. Se molti degli slasher movies realizzati negli Stati Uniti finiscono per ammorbarci con la classica orda di teenagers insopportabili dall’inizio alla fine, apparentemente diversi caratterialmente ma in fondo sovrapponibili l’uno con l’altro per quei tratti irritanti e la pochezza delle aspirazioni, qui abbiamo un’interessantissima galleria di personaggi, tutti sufficientemente approfonditi. Nonché differenti per età, status sociale e capacità di relazionarsi col prossimo. Dalla classica coppietta in crisi all’influencer rompiscatole, dalla vecchia bigotta allo scrittore in difficoltà che per sbarcare il lunario fa da guida turistica. Tratteggiare con maggior cura i protagonisti è quindi una delle chiavi della riuscita di Snare of Evil, considerando che la maledizione da loro risvegliata colpirà esattamente dove sono le loro tare caratteriali, i loro pregiudizi, le loro insicurezze, i loro rapporti interpersonali sbagliati, le loro paure più profonde, le radici stesse di quell’anaffettività e mancanza di empatia che molti di loro si trovano a condividere. Tranne magari chi è infine destinato a salvarsi.
Qui poi viene il bello. Sebbene gli eventi tragici risalenti ad inizio Novecento da cui il tour stesso ha avuto origine alludano in prima istanza a un truculento dramma famigliare, intorno al quale si intravvedono pure le linee guida di un evidente conflitto di classe, la sanguinosa nemesi che ne consegue sfocia nel metafisico, in una dimensione spettrale, di cui è protagonista un’entità legata all’antica mitologia slava. Citata in un dialogo assieme alla Rusalka – figura legata all’acqua, affine per certi versi alle Ninfe e alle Sirene, che aveva ad esempio ispirato un bel film russo del 2007, per l’appunto Rusalka (Русалка) di Anna Melikjan -, la Navka (o Nav) è invece uno spirito vendicativo, talora connotato da tratti demoniaci, che nelle varie tradizioni dell’Europa Orientale si insedia corrompendole nelle anime di persone andate incontro di volta in volta a morti premature, morti violente, annegamenti o destini analoghi. Colpisce innanzitutto il fatto che due dei film più belli di questa edizione del Ravenna Nightmare, quello così appassionante di Jan Haluza e Lotus della lettone Signe Birkova, attingano rispettivamente al paganesimo slavo e a quello baltico, che sono oggetto peraltro di un interesse crescente (con tanto di ripresa degli antichi culti, in certi contesti ambientali) all’interno di simili aree geografiche. Nel caso di Snare of Evil gli aspetti misterici e il manifestarsi della spettrale figura, poc’anzi citata, costituiscono anche la premessa di quella catarsi finale che dà all’epilogo un timbro solenne e di gran lunga meno banale, stereotipato, rispetto ad altri prodotti cinematografici parimenti concepiti e orientati.

Stefano Coccia

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