Fantasmagorie baltiche e cinefilia estrema
Viene (anche) dal cinema sperimentale, la lettone Signe Birkova. E si vede. Il suo Lotus, in concorso al Ravenna Nightmare Film Fest 2025 (XXIII edizione), è una follia (meta)cinematografica che nel suo elegante e mai gratuito citazionismo tritura porzioni di immaginario riconducibili a varie epoche, restituendo però allo spettatore un oggetto filmico tanto stravagante quanto godibile.
Protagonista del suo lungometraggio è una bionda possidente tedesca baltica, che si chiama Alice von Trotta (di citazioni, come dicevamo, ve n’è qui in abbondanza, a partire dai nomi) e che vediamo tornare in Lettonia, dopo una singolare seduta spiritica, per riprendere possesso della tenuta paterna e possibilmente venderla. Troverà però una situazione molto cambiata. Al punto di dover elemosinare appoggi e persino un tetto sulla testa, dopo esser entrata in contatto con una serie di personaggi così eccentrici, da meritare qui un elenco più dettagliato: innanzitutto la sua servitù, apparentemente in balia di chissà quale maleficio; i misteriosi abitanti di una casupola nella foresta; i sinistri adepti della setta Viva la Mort guidati dalla carismatica e tenebrosa leader Sieba Falstaff (altra scopertissima citazione); il non meno mefistofelico legale e faccendiere Emil Keyserlieng; per finire, quel piccolo club di cinefili e cineasti locali intenzionati a produrre un film muto sulle gesta degli antichi Lettoni, che nei segmenti più metacinematografici del racconto guideranno il talento della protagonista alla scoperta della settima arte e dei suoi segreti.
Lo si sarà già intuito da simili ingredienti, ad ogni modo Lotus è un caleidoscopio di suggestioni cinefile e non, che somministra citazioni, quadretti allegorici e atmosfere inquiete, morbose, a ridosso di una trama a dir poco intricata e talora folle. Come se a un ipotetico crocicchio si incontrassero e si contaminassero tra loro gli spunti sadici e necrofili così presenti nella filmografia tropicale di Zé do Caixão alias José Mojica Marins, il surrealismo di David Lynch, i cromatismi delle vecchie pellicole della Hammer (del resto la regista è avvezza a sperimentare con 16mm e Super8, l’impressione è che ne abbia fatto uso anche qui) e qualche eco di Eyes Wide Shut, a tenere banco sono scene in cui magia nera, ritualità oscene e suggestioni ipnotiche creano un clima a dir poco malsano, del quale la povera Alice von Trotta (con tanto di protesi al posto della gamba persa in un incidente) è parte integrante. La sensazione è che lo stesso retaggio culturale dei Paesi Baltici, gli ultimi a essere cristianizzati e dove ancora sopravvivono scorie di spiritualità pagana, non sia certo estraneo al DNA dell’autrice. Nel citazionismo selvaggio di cui sopra vi è poi spazio persino per la sequenza con protagonista un aereo privato, che plana minacciosamente a bassa quota sulla protagonista e così facendo pare emulare Intrigo internazionale di Hitchcock!
Le parti più sapide restano comunque quelle più specificamente metacinematografiche, con più o meno espliciti riferimenti alla cultura Agit-Prop, allo sperimentalismo e al formalismo dei grandi del cinema sovietico. Qui, mescolando come del resto fa per tutto il film una certa eleganza nella composizione dell’inquadratura, un umorismo beffardo e alcune trovate decisamente “weird”, Signe Birkova dà vita a spezzoni in bianco e nero che ne riflettono la creatività, la cura formale, ma anche volendo la vena ironica. Non a caso la sequenza che abbiamo amato di più è quella, decisamente grottesca, che vede suore così strambe da poter figurare in un film di Almodovar avventurarsi per il mondo alla ricerca dell’enigmatico Sanctus Nihil, neanche fosse la versione parodica del Sacro Graal bramato dai cavalieri della Tavola Rotonda in Excalibur.
Stefano Coccia









