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Ink

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VOTO: 7

Il business della rivalsa

Un uomo dello Yorkshire e un australiano entrano in un ristorante. Potrebbe essere l’inizio di una barzelletta, e invece è la premessa su cui si apre il nuovo film di Danny Boyle, incaricato di inaugurare il concorso dell’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ink è l’adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale scritto da James Graham, che analizza l’ascesa del Sun attraverso una narrazione costruita su piani olandesi e sfrontate scelte in fase di montaggio. Lo stesso Sun che all’inizio del film è appena stato acquisito da Rupert Murdoch con l’ambizione di trasformarlo in una macchina capace di invertire la tendenza alla mediocrità che imperversa alla fine degli anni Sessanta. Nel presentarci questa missione prende vita l’ecosistema di Fleet Street, centro nevralgico del giornalismo britannico, idealizzato ai fini di raccontarci la passione che accomuna i redattori che dedicano la loro vita alla professione. In un tempo in cui quello che scrivono i giornalisti ha realmente un impatto sul mondo, essere a capo di una realtà tipografica di successo garantisce di esercitare una certa influenza. Eppure per Larry Lamb (Jack O’Connell), almeno inizialmente, il potere è secondario al desiderio di riscatto nei confronti di un ambiente che non gli ha permesso di emergere fino a quel momento. La loro è un’alleanza fondata su una reciproca necessità: Murdoch ha bisogno di qualcuno disposto a ribaltare le regole di Fleet Street, mentre Lamb ha finalmente trovato un uomo disposto a finanziare la sua rivalsa. Accetterà quindi la proposta di guidare il suo nuovo giocattolo, con la speranza che un giorno supererà finalmente nelle vendite il suo spocchioso ex-capo del Daily Mirror.
L’archetipo cinematografico è quello dei reietti allo sbaraglio, e complice la frizzante regia di Boyle non sarà difficile appassionarsi all’ascesa del team reclutato da Lamb, in cui compare anche una straordinaria Claire Foy. Gli articoli del Sun puntano a scovare i punti deboli dei potenziali lettori, parlando di questioni frivole, all’occorrenza anche sconvenienti, a cui gli altri giornali non osano avvicinarsi (avendo troppo da perdere).
Se il mondo dell’informazione è una finestra sul mondo, il successo del Sun si comprende quando lo si inizia a vedere come uno specchio in cui i lettori indugiano per vedersi restituire un’immagine delle proprie ossessioni e dei propri desideri. È una strategia editoriale destinata a diventare una rivoluzione commerciale, ma che al contempo è vista agli occhi della società come un’involuzione intellettuale.
Il film, così come lo spettacolo teatrale, non demonizza la controversa figura di Murdoch, analizzando come al tempo rappresentasse a tutti gli effetti una boccata d’aria fresca per la società britannica. Dopotutto a nessuno piace quando un ricco imprenditore cerca di imporsi con il denaro in un nuovo ambiente, e le sue origini australiane non hanno di certo aiutato la causa. Se non altro, è la moralità di Lamb a essere sotto esame, in contrapposizione all’impotenza davanti all’eloquenza dei profitti di un contrariato Murdoch.
Se Oppenheimer ci ha insegnato che la responsabilità della bomba atomica non è da ricondurre unicamente a chi ha dato l’ordine di lanciarla, l’unica conclusione possibile davanti al tentativo di Ink di ricollegarsi all’avvento di Fox News, citando apertamente il finale del film di Christopher Nolan, è che voglia farci riflettere sulle implicazioni di quello a cui abbiamo appena assistito. Tuttavia, Boyle non rinuncia alla propria natura di intrattenitore nemmeno quando dovrebbe lasciare sedimentare le conseguenze di questa valanga morale. È questa la ragione per cui Ink risulta più convincente quando spinge l’acceleratore che quando rallenta (appena) per costruire il suo dilemma etico, pena il rischio di non riuscire più a decollare nuovamente. La trasformazione di Lamb risulta, di conseguenza, fin troppo radicale, mancando delle sfumature necessarie a rendere il suo personaggio memorabile. Sintomo dello stesso problema sono i tentativi sbrigativi di fornirgli un background che contestualizzi il suo percorso, ma che comunque non infastidiscono in alcun modo la narrazione.
Nel raccontare la nascita di un modello destinato a cambiare per sempre il rapporto tra informazione e pubblico, la sfrontatezza di Boyle si spiega con la necessità di opporsi all’indolenza che combatte sul piano storico anche attraverso la forma. Possiamo individuare un’influenza in The Wolf of Wall Street, lampante non soltanto per la frenesia della messa in scena, ma per la capacità di trasformare l’ascesa di un sistema moralmente discutibile in uno spettacolo irresistibile. Ink prospera in un appetibile caos che risulta funzionale all’intrattenimento ricercato dal suo regista, dove ogni nuova intuizione viene accolta in redazione come una piccola vittoria meritevole di venire celebrata. In quest’ottica c’è davvero qualcosa di puro e vitale nella volontà di Lamb e Murdoch di sfidare un sistema per restituire l’entusiasmo al popolo, il problema è che la rivalsa, una volta che diventa inevitabilmente un business, smette di essere un veicolo idealista e si trasforma in una nuova forma di potere.

Alessio Vinciguerra

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