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Santa Lucia

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VOTO: 8,5

Nòstos, gli occhi del cuore

Sono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio
Claudio Lolli

Nostalgia, da nòstos (ritorno) e algos (dolore). Fa quasi impressione che ben due lungometraggi, peraltro splendidi, abbiano preso di petto in tempi recenti tale sentimento, ricollegandolo in entrambi i casi al rientro a Napoli dopo svariati anni di un personaggio messo a dura prova dalla vita, tanto da dover stoicamente accettare il proprio forzato esilio. La più acclamata di tali opere è per l’appunto il drammatico e dolente Nostalgia di Mario Martone, di sicuro tra le migliori – se non in assoluto la migliore – uscite italiane della stagione. Ma un grandissimo impatto emotivo e una raffinatezza stilistica non comune caratterizzano pure l’opera prima di Marco Chiappetta, Santa Lucia, già passata al Torino Film Festival 2021 e portata ora nelle sale da una piccola, coraggiosa distribuzione. Il coraggio, chiariamolo subito, lo abbiamo voluto sottolineare solo per il grigiore dell’attuale panorama distributivo, di certo non per il valore del film in questione, a nostro avviso elevatissimo.

Gli esordi cinematografici e letterari dovrebbero sempre osare qualcosa. Anche in questo l’approccio di Marco Chiappetta, giovane regista e sceneggiatore napoletano, ci è parso assai consapevole, motivato. Questo suo delicato teorema sulla percezione visiva e sulle (più o meno dolorose) assenze, sulla rimozione e sul ricordo, sul peso delle tradizioni popolari e sulla radicalità di determinate scelte di vita, sembra voler rifuggire da subito una dimensione narrativa lineare, ordinaria, affidandosi invece a macchie di colore sullo schermo, a sibilline conversazioni fuori campo, ad altre stranianti deviazioni dell’immaginario; così da introdurre col giusto pathos il rientro a Napoli di Roberto, anziano scrittore divenuto ormai cieco, che qualche decennio prima aveva deciso di trasferirsi a Buenos Aires e che riabbraccerà il calore partenopeo solo dopo la morte della madre.
Roberto è impersonato da un Renato Carpentieri ammirevole e struggente a ogni inquadratura, suo fratello Lorenzo invece da un Andrea Renzi il cui impatto sulla narrazione non è certo meno toccante. Due giganti del cinema e del teatro, chiamati qui a impreziosire con ironia, sentimento e inusitato spessore umano la vicenda di due fratelli, ritrovatisi dopo tempo immemore, la natura del cui rapporto conoscerà poi nell’arco di uno storytelling quanto mai articolato, rapsodico, ispirato, svolte tali da riconfigurare tutto secondo una prospettiva tanto sorprendente quanto profonda, per molti aspetti amara.

Altra grande protagonista del film è una Napoli ritratta impressionisticamente, con una eleganza registica pari solo alla sensibilità dell’autore: dalle carrellate sul lungomare a quei preziosi camera car che accompagnano il ritorno a casa del protagonista, la città non fa che cullare in modo materno i continui sbalzi temporali, le pressoché costanti oscillazioni tra presente e passato. Intermittenze del cuore. Aporie della vista. Il mood prevalente di un film che, con tonalità così spesso umbratili, rielabora anche il tema della cecità, non poteva poi non rimembrarci almeno a tratti l’animo nobile di Fabio Carpi e gli stilemi a lui cari; sensazione acuita in noi dal ricordo di una pellicola come Nel profondo paese straniero (1997), laddove lo scrittore cieco René Kermadec (sontuosamente interpretato da Claude Rich) pare configurarsi in un certo senso quale antesignano del personaggio di Carpentieri, se non proprio quale stupefacente alter ego. Al cinema di Fabio Carpi, sebbene di impulsi creativi ve ne siano molti altri, ci è venuto spontaneo accostare Santa Lucia anche per la natura talmente variegata, vitale e ricca dei riferimenti culturali, da quel Gabriel García Márquez direttamente citato (ma con un afflato sottilmente ironico che ne rende più viva l’evocazione) a un Jorge Luis Borges, la cui poetica traspare in filigrana nel piccolo segmento meta-letterario, di notevole fascino e pregnanza espressiva, malinconicamente rievocato dall’anziano Roberto.

Stefano Coccia

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