Quando eravamo fratelli

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8.0 Awesome
  • voto 8

Noi, gli animali che crescono

Di film che parlano della crescita personale di un individuo il cinema c’è ne ha regalati parecchi. Il formato del bildungsroman, narrante la formazione del fanciullo in adulto è comune, forse anche tra i più comuni; ed ha toccato e le vette e gli abissi del linguaggio cinematografico. Tra le vette ricordiamo sicuramente I quattrocento colpi di François Truffaut, tra gli abissi ci affidiamo alla memoria del lettore. È difficile contestare, comunque, che questo Quando eravamo fratelli si collochi tra le vette del bildungsroman cinematografico.
Tratto dal romanzo semi-biografico di Justin Torres, il film diretto da Jeremiah Zagar mostra una forte connessione con il realismo poetico codificato negli anni Trenta del Novecento in Francia; avvicinando in tal modo il regista a certa tradizione del cinema europeo che comprende anche la Nouvelle Vague ed il Neorealismo.
Il fulcro del film si coagula intorno al rapporto tra i tre fratelli, gli “animali” del titolo in lingua originale, mettendo in scena il forte legame che unisce i tre e che viene descritto come più che un legame affettivo, arrivando a raggiungere la condizione di rifugio spirituale nel quale trovare riparo dal mondo adulto che si apre davanti a loro.
Jonah (Evan Rosado) il giovane protagonista, che è anche voce narrante, ci conduce attraverso i suoi ricordi, interponendoli ai disegni del suo diario d’infanzia in una narrazione dai tratti onirici che ci trasporta nel mondo interiore del piccolo e ci fa vedere il mondo attraverso i suoi occhi. A rafforzare questa scelta narrativa intervengono anche il largo uso fatto della camera a mano, soprattutto nelle scene in interni, e l’uso di immagini sgranate, tutt’altro che perfette, le quali ricreano piuttosto l’idea di un cinema amatoriale, di quei filmini di famiglia in pellicola 16mm nei quali molti di noi hanno visto impressionati momenti di vita famigliare. In alcuni istanti la camera entra addirittura a far parte del mondo diegetico del film, abbattendo totalmente la quarta parete e suggerendo in qualche modo il tentativo di coinvolgere lo spettatore nello spaccato di vita di una famiglia della working-class americana. Tutto il film appare pervaso di un forte senso di nostalgia per il mondo dell’infanzia, visto come un’età dell’innocenza perduta, distrutta dal tempo che scorre inesorabile per fare posto ad una nuova età, quella adulta, foriera di nuova conoscenza ma che porta anche la perdita di quanto il protagonista riteneva di avere di più prezioso, il rapporto esclusivo con i suoi fratelli. Quello che ci viene mostrato è il mondo di un’infanzia che comincia ad aprirsi alla vita adulta e che si rivela a noi, con tutte le difficoltà e le paure che questo comporta. Non marginale è poi il ruolo giocato dalla scoperta della sessualità che contribuirà ad allontanare Jonah dai suoi fratelli. Alto esempio di quel cinema indipendente americano che assai meglio del cinema dei grandi Studios sa parlarci dell’anima profonda dell’America, il film ci regala il delicato ritratto di una drammatica formazione all’età adulta, una formazione che quasi inevitabilmente lascia cicatrici dure a guarire.

Luca Bovio

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