Las distancias

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Comas profondo

Parafrasando (o parodiando) Rossellini, il titolo della recensione avrebbe anche potuto essere “Germania amicizia zero”. Oppure, tirando in ballo i nomi dei due personaggi principali, “Olivia e Comas, divisi a Berlino”. Vi è infatti una domanda, che lo spettatore più malizioso comincia a porsi sin dal primissimo incontro (anticipato peraltro dalla scena in cui, prima di piombargli senza preavviso a casa, gli “amici” ne sbeffeggiano la foto ben visibile in strada su un cartellone pubblicitario) tra il giovane spagnolo trapiantato a Berlino, per l’appunto Comas, ed i suoi ex compagni di studi giunti a fargli visita nella capitale tedesca: che senso poteva mai avere quella impegnativa trasferta, se di tutti i personaggi costretti, per la durata di un weekend, a trascorrere nuovamente del tempo insieme, nessuno sembra sopportare minimamente l’altro? E il discorso, ulteriore paradosso, sembrerebbe valere anche per l’unica coppia con una storia sentimentale in corso.

Per essere onesti, l’obiettivo della regista pare essere proprio questo: sondare attraverso uno sguardo possibilmente disincantato e beffardo i dissapori, le differenze caratteriali ed il progressivo distacco emotivo che si sono creati, nel tempo, in un gruppetto di amici le cui strade si sono separate troppo presto. O troppo tardi, a seconda dei punti di vista. Col conseguente tentativo di “recuperare il tempo perduto” destinato a naufragare, oltretutto in terra straniera, per l’evidente forzatura della situazione in cui, senza troppa accortezza, sono andati a cacciarsi.
L’esito di tale ritratto generazionale ad alcuni è andato bene, stando anche all’autentico trionfo di cui può fregiarsi il lungometraggio di Elena Trapé al Festival di Malaga 2018: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice. Riguardo agli interpreti poco da dire, tutti discretamente in parte. Molto meno riuscita, almeno a nostro avviso, la programmatica ricerca delle risposte iperemotive, dell’acidità nei dialoghi, delle reazioni sopra le righe. Se a questo approccio psicologicamente monocromatico aggiungiamo poi un’insistenza sui tempi morti, sulle pause del racconto, sulle prolungate attese dei personaggi alternate ad addii repentini, possiamo ben dire che gli sviluppi diegetici di un film come Las distancias un’ulteriore “distanza” l’hanno pur generata. Quella tra noi e i personaggi, andando avanti sempre più spenti e/o molesti.

Stefano Coccia

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