Parlami di Lucy

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6.0 Awesome
  • voto 6

Le ferite della psiche

Verrebbe quasi da dire finalmente. Un film battente bandiera tricolore – in realtà una coproduzione con Svizzera e Slovenia – che non è una commedia bensì un ambizioso noir psicologico che riesce persino a non scadere nell’umorismo involontario come qualche suo predecessore più o meno illustre tipo Quando la notte (2011) di Cristina Comencini, peraltro legato a questo Parlami di Lucy di Giuseppe Petitto da qualche affinità sostanziale negli argomenti trattati.
Tutto giocato sull’esiguità dei confini tra reale e immaginario, Parlami di Lucy mette in scena, con una certa raffinatezza, l’inconscio disturbato di una donna, Nicole, in continuativa condizione di estremo disagio psicologico. Già la primissima sequenza, di folgorante impatto, racconta molto di ciò che verrà mostrato in seguito nel film: negli splendidi – ma anche minacciosi, osservati da un altro punto di vista – panorami alpini del nord-est italico, una donna sta allattando il suo bambino/a. Ma del sangue fuoriesce dal capezzolo, sporcando la bocca del neonato. Stiamo per assistere, dunque, alla vicenda di una maternità complessa e a dir poco travagliata. Ed il rapporto tra Nicole e sua figlia Lucy, nel film inquadrata come bambina di circa otto anni, riserverà molti punti oscuri, al pari di quello con il marito Roman. Cosa è veramente accaduto nel passato di Nicole, tanto da provocare quest’atmosfera opprimente a cui non è di certo estraneo l’isolamento nello scenario rupestre? Ecco, il punto nevralgico di Parlami di Lucy, che è assieme un suo grande pregio ed evidente difetto, è proprio quello di lasciare campo libero alle ipotesi spettatoriali più disparate. Se è presupposto encomiabile lasciare al fruitore la libertà di costruirsi il “proprio” senso del film, dall’altro lato la sceneggiatura esagera nel lavoro di sottrazione narrativa, lasciando in diversi frangenti chi guarda in uno stato di pressoché totale abbandono di fronte alle palesi sofferenze della donna.
Per realizzare un’opera del genere, lo script – opera dello stesso Petitto con Kim Gualino -avrebbe dovuto lavorare di cesello sulla psicologia dei personaggi in scena, a partire ovviamente dalla protagonista. Accortezza che il duo adotta molto ad intermittenza, creando spazio per stereotipi – vedere ad esempio la dipendenza dall’alcool di Nicole – sin troppo banali per essere inseriti in un contesto che si vorrebbe di forte impatto emotivo. Se dunque il modello Roman Polanski – a proposito di cinema psicologico dalla enorme capacità penetrativa – resta purtroppo discretamente lontano, nondimeno Parlami di Lucy fa respirare completamente quell’aura cimiteriale che avvolge il lungometraggio anche a coloro al di qua dello schermo. Un’opera sulla morte, sulla fine definitiva che pesa come una spada di Damocle su tutto e tutti. Un sommovimento esistenziale ottimamente reso dalla protagonista Antonia Liskova nella parte di Nicole, eccellente nel prendere sulle sue spalle l’intero peso del film e coprire, attraverso un’interpretazione davvero rimarchevole, i non pochi passaggi a vuoto dello stesso. Altro elemento da non sottovalutare, Parlami di Lucy acquista poi il significato extra-diegetico di autentico film presagio: poiché trattasi di opera tristemente postuma, in quanto il regista Giuseppe Petitto è deceduto nel 2015 a seguito di un incidente stradale. Dopo una carriera puntellata da cortometraggi e documentari, suona abbastanza sinistro che nel suo esordio nel cinema di finzione abbia affrontato tematiche così sofferte e pregnanti in chiave interiore. Una lettura a posteriori che rende Parlami di Lucy una sorta di film-testamento molto personale, da scrutare con un ulteriore surplus di quella attenzione che avrebbe meritato a prescindere.

Daniele De Angelis

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