Parisienne

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Lost in Paris

Fa uno strano effetto ripensare a questo bel film, visto nelle giornate così intense del MedFilm Festival, considerando che a breve Parigi sarebbe stata sconvolta da quei tragici attentati, che hanno il fondamentalismo religioso e il cinismo delle attuali geopolitiche quale loro matrice. Fa una certa impressione, perché comunque Parisienne ci mostra la capitale francese in un altro momento storico, seppur non così remoto nel tempo (il racconto si svolge nel 1993), e da un particolare punto di vista: quello di chi in Francia e in particolare a Parigi ci è venuto, da altri luoghi, nella speranza di sottrarsi alla guerra, alla povertà, o semplicemente di trovarvi quelle opportunità brutalmente negate nei paesi d’origine. Una speranza, questa, portata talvolta a scontrarsi con una realtà molto meno accogliente del previsto, il cui destino è quindi di produrre forti, amare disillusioni. Ed è forse nella mancanza di una vera integrazione, nella cattiva gestione dei flussi migratori così come ci viene presentata nell’ultimissima parte del film, che questo piccolo tuffo nel passato lascia prefigurare il dramma odierno, dramma di un paese (come altri, in Europa) divenuto vulnerabile anche perché in balia della diffidenza reciproca, di mai sopite tensioni interne, di differenze sociali sempre più accentuate.

Per contestualizzare meglio la natura del racconto cominciamo col dire che la protagonista, Lina, è una ragazza libanese giunta a Parigi per motivi di studio, ma costretta ben presto ad abbandonare la casa dei parenti, per via di uno squallido tentativo di abbordaggio da parte del laido zio. Inizia così un singolare percorso di formazione che vede la giovane districarsi tra nuove e spesso precarie amicizie, contatti con ambienti universitari di destra e di sinistra, piccole esperienze lavorative, relazioni sentimentali dall’esito talvolta fallimentare, rapporti con le autorità scolastiche e non da cui verrà messa in discussione, quasi subito, la possibilità stessa di rimanere in Francia.
L’andamento vivacemente bozzettistico della narrazione si sposa bene, in ogni caso, con un taglio e una tempistica piuttosto insoliti, impressionistici, frammentari, da cui le contraddizioni del reale emergono alla distanza con una certa levità; a partire, volendo dalle ambiguità e dalle piccole/grandi ipocrisie che caratterizzavano già allora il dibattito politico, nelle aule universitarie francesi.
Meno felice, perché troppo concisa e superficiale rispetto alla fase della lunga permanenza a Parigi, ci è parsa la parentesi del temporaneo ritorno di Lina in Libano. Qui anche gli attriti famigliari potevano essere tratteggiati meglio. Ed è tutto sommato un fatto abbastanza curioso, quello da noi percepito, se si considera che il plot prende il via un po’ alla lontana dalle vicende biografiche della stessa Danielle Arbid, apprezzata film-maker libanese che all’età di 17 anni dovette scappare dal proprio paese, dilaniato all’epoca dalla guerra civile, per completare gli studi proprio a Parigi.

Quanto detto ci offre comunque lo spunto per segnalare che la serata del 10 novembre, al MedFilm Festival, è stata completata da un’altra visione assai interessante, con epicentro ancor più spostato in Libano: And the Living is Easy è un detour nella Beirut di oggi in cui riprese quasi da videoarte, momenti di inquietudine, finestre aperte sulle sperimentazioni artistiche e musicali, gli incessanti rumori di una città cantiere e qualche altra epifania rivelatrice convergono in un ritratto d’ambiente elettrico, ansiogeno, giustamente empatico senza mai essere didascalico. Non ci sorprende, perciò, che all’opera formalmente coraggiosa della regista Lamia Joreige sia stato assegnato, a fine festival, il Premio Amore e Psiche per il Miglior Lungometraggio.

Stefano Coccia

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