Opera senza Autore

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il Potere all’Arte

Se nel 2006 aveva conquistato il mondo intero con il bellissimo Le vite degli altri (premiato con l’Oscar al Miglior Film Straniero), il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck ha fatto storcere parecchio il naso sia a pubblico che a critica quando, ingaggiato a Hollywood, ha realizzato il ben più insignificante The Tourist (2010). Malgrado tutto, però, la notizia di un suo lungometraggio – Opera senza Autore – in corsa per il Leone d’Oro alla 75° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ha sollevato non poche aspettative. Soprattutto perché stavolta l’autore si è nuovamente allontanato dagli Stati Uniti ed è tornato in patria a realizzare qualcosa indubbiamente più affine al suo personale modo di fare cinema.
Anche questa volta ci viene presentato un personale ritratto della Germania del secolo scorso. Anche questa volta vengono rappresentati i (non pochi) danni provocati dalle diverse dittature che hanno avuto modo di insidiarsi in terra teutonica. Il periodo storico qu messo in scena, quindi, comprende ben tre decenni. Inizialmente ci troviamo a Dresda, nel 1937. Il giovane Kurt ha solo sei anni, ma sogna da sempre di diventare pittore. Sua zia, appena può, lo accompagna a vedere alcune mostre, ma ben presto verrà internata e condannata a morte da uno spietato medico nazista a causa di una sua presunta malattia mentale. La Seconda Guerra Mondiale è solo alle porte.
Questo, ovviamente, è soltanto l’inizio. Opera senza Autore, infatti, non vuol raccontare ancora una volta la tragedia dell’Olocausto, né tantomeno ha intenzione di mettere in scena la dittatura comunista nella Germania dell’Est, come era avvenuto in Le vite degli altri. Questa imponente opera di von Donnersmarck ci racconta sì trent’anni di storia della Germania, ma lo fa attraverso il valore che l’arte – e, nello specifico, la pittura – ha acquisito nel corso di vari decenni. E la peculiarità del presente lungometraggio sta proprio in questo: nel farsi apologia della bellezza, facendoci capire come essa è in grado a suo modo di salvare il mondo.
Tutto il resto, poi, viene da sé: funziona particolarmente bene lo script, ben articolato com’è nel raccontare i diversi momenti storici. Così come funzionano l’ottimo cast e la stessa ricostruzione degli ambienti. Volendosi concentrare, però, esclusivamente sulla sceneggiatura, indubbiamente vi sono non poche coincidenze che possono, in un primo momento, sembrare innaturali. Tutto torna, però, se la cosa si legge come un’enorme metafora di ciò che è l’Arte (a tal proposito, particolarmente interessante è il dialogo tra il protagonista e il suo professore, quando quest’ultimo vuol fargli capire come riuscire a trovare la propria strada) e se, per primo, a giocare il ruolo principale è quel forte simbolismo che l’autore ha voluto conferire a ogni singolo fatto.
Il risultato finale è, come già è stato scritto, un’opera importante e imponente, sulla quale molto ha voluto puntare l’autore stesso e che, pur non riuscendo a eguagliare per impatto e per resa finale il sopracitato Le vite degli altri (difficile tenere testa a un lavoro di tale portata), si conferma un prodotto più che dignitoso, con non pochi momenti emozionanti al proprio interno (prima su tutte, la scena in cui, ricordando la zia scomparsa, il protagonista chiede a un gruppo di autisti di suonare tutti contemporaneamente il clacson dei loro autobus, analogamente a quanto era solita fare la donna). Un lungometraggio della cui visione non ci si stanca mai. Nemmeno dopo centottantotto minuti.

Marina Pavido

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