One of Us

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8.0 Awesome
  • voto 8

Come si può parlare dell’orrore?

La figura del convitato di pietra è oramai diventata proverbiale. Nata nel 1632 dalla penna di Tirso de Molina nell’opera L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra incarnava uno spirito religioso-morale fondamentale nella cattolicissima Spagna. Con il passare dei secoli la figura del convitato è andata perdendo sempre più questo ruolo di ammonimento morale per diventare più semplicemente la metafora di un argomento, un individuo che pur non presente fisicamente finisce per occupare se non monopolizzare le menti ed i discorsi dei convenuti un evento risultando presente e financo dominante in ispirito. L’orrore dell’abuso sessuale su di un minore, su di un minore che si conosce, che si frequenta, può certamente essere definito nel linguaggio odierno come un convitato di pietra. Il regista croato Đjuro Gavran, specialista in documentari, ne ha tratto una pellicola presentata in concorso nella sezione documentari al 26° Sarajevo Film Festival, dal titolo One of Us (Jedna od Nas).
Durante una riunione tra ex compagni di liceo si parla di chi c’è e di chi non c’è, della propria vita presente, di ciò che si è fatto finita la scuola, soliti discorsi insomma. Finché non si arriva a parlare di un’ex compagna in particolare e lì il discorso si arresta, finché l’abbondante alcool non scioglie la lingua ed allenta le difese. La messa in scena è molto curata, ricorda molto più quella di una pellicola di fiction piuttosto che quella di una pellicola che pretende di fotografare la realtà. Appare più come la messa in scena di eventi reali. Questo perché non è la riunione il punto focale della pellicola, quanto la scarna e terribile, nella sua sincerità ed essenzialità, email della compagna assente, il convitato di pietra, che irrompe sullo schermo un poco alla volta. Eccolo il fulcro, la storia. Gavran rimette in scena l’atto finale del Don Giovanni di Mozart, con il banchetto solo in apparenza gaio e l’arrivo del convitato che trascina all’inferno, per parlarci di quella email.
Non c’è patetismo, è tutto molto dignitoso. Il tema è delicatissimo, sbagliare nel trattarlo estremamente facile. Si è riusciti ad evitarlo ed ha testimoniare l’incredulità che per prima viene a colpire chi viene a conoscenza di una tale storia. Quando si scorge l’abisso la prima reazione è ritrarsi, la seconda è giustificare la propria reazione. Partita come una festa spensierata la cena scivola sempre più verso luoghi oscuri, nessuno sapeva, nessuno poteva immaginare, perché non si è mai confidata? Avremmo potuto agire diversamente? Tutte domande che restano senza risposta, come la più difficile, la società è davvero in grado di proteggere le vittime di abusi? Domanda tutt’altro che oziosa che il regista ci pone tra le righe della pellicola senza tuttavia additarci o giudicarci, solo desidera interrogarci anche se non desideriamo rispondere, troppo oscuro è l’abisso, preferiamo fermarci un passo prima, ma oramai abbiamo guardato, abbiamo saputo e tornare a prima, alla beata ignoranza non è più possibile.

Luca Bovio

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