Dogtooth

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8.0 Awesome
  • voto 8

Borghesia, pessima via

Provocazione gratuita o lucida analisi sociale? Al tempo, ben undici anni fa, critica e spettatori si divisero, sul celebre (adesso) Dogtooth firmato da Yorgos Lanthimos. Tutto previsto. Ora che l’autore greco, dopo altri quattro lungometraggi di finzione, si è “internazionalizzato” acquisendo il credito che gli compete, accogliamo con piacere la possibilità di tornare a discettare della sua opera terza, approfittando dell’uscita in sala propiziata da Lucky Red a più di un decennio di distanza dalla effettiva produzione. C’entra per caso, nemmeno troppo incidentalmente, la pandemia che ha colpito l’intero globo? Forse sì. Perché Kyonodontas – questo il titolo originale, a significare più o meno “denti canini”, nella fattispecie visti come presunto elemento di crescita – racconta di una bella villa edificata nella brulla e deserta campagna greca. Arricchita da ampio giardino molto curato e lussuosa piscina, nonché protetta, nel proprio perimetro, da imponenti staccionate. Ci vivono padre, madre e tre figli, due femmine ed un maschio. Tutti in pratica segregati ad eccezione del capofamiglia, non avendo i giovani mai avuto alcun contatto con il mondo esterno. Una situazione da lockdown in anticipo sui tempi, insomma. Se non fosse che il virus, qui esclusivamente mentale, era già in circolo chissà da quanto…
Se non fosse chiaro da tali premesse pseudo narrative, Dogtooth scaraventa lo spettatore senza particolare gradualità in piena zona metafora. All’epoca si parlò della pesante crisi economica greca nei confronti dell’Unione Europea, visto che erano stati appena resi noti i bilanci falsificati del paese ellenico dai governi precedenti, in realtà in pesantissimo rosso. Visione senz’altro valida e tuttavia parziale. Poiché il concetto propugnato da Lanthimos in collaborazione con l’abituale sceneggiatore Efthmys Filippou risulta quantomai universale. La creazione cioè di una verità di comodo alla quale fare riferimento per instaurare un modello di vita dittatoriale fondato sulla paura, fondamento di un ordine tanto imposto da un regime patriarcale quanto, inevitabilmente, segnato da una strisciante precarietà. Un sistema di potere psicologico impietosamente messo in luce, nel cinema di Lanthimos, dalla consueta biforcazione di senso provocata da una evidente teatralità inserita a pieno titolo in un processo, ovviamente, di finzione. In seguito sublimata nel successivo Alps (2011). Esemplare, nel film, la messa in scena orchestrata dal padre sulla presunta ferocia del gatto che si introduce nel giardino della villa; oppure lo slittamento di significato attribuito dai genitori ad alcune parole ritenute “scabrose” per nasconderne il vero senso alla prole. Così l’espressione fica, intesa come genitale femminile, diventa lampada e zombi un innocente fiorellino giallo. Una riuscitissima ironia virata al nero che attraverso l’intera durata del film e contrasta efficacemente con le vicende drammatiche messe in quadro da Lanthimos tramite la consueta, geometrica, glacialità. Dogtooth finisce dunque con l’assumere le sembianze di un violento, ma mai viscerale, atto d’accusa nei confronti di una borghesia ipocrita e totalmente cieca, capace solo di rinchiudersi in se stessa cannibalizzandosi senza speranza. Con persino l’incesto ad intervenire come forma estrema di conseguenza.
Parecchia acqua è dunque passata sotto i ponti, dopo Kyonodontas. Lanthimos ha girato lungometraggi di riconosciuta importanza quali The Lobster (2015), Il sacrificio del cervo sacro (2017) e il pluripremiato La Favorita (2018). Tutte opere in grado di determinarne, con sfumature differenti ma un’unica, precisa, concezione di cinema, lo status di autore. Spiegato anche dal fatto che Dogtooth non ha messo su la benché minima ruga, risultando ancora oggi maledettamente attuale. E tale rimarrà ancora a lungo, nella propria essenza, c’è da temere.

Daniele De Angelis

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