Nervous Translation

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8.0 Awesome
  • voto 8

Nel mondo di Yael

Pochi paesi, al pari delle Filippine, hanno dovuto subire così tante dittature e per periodi così lunghi. Una nazione, questa, contaminata da numerose culture e che non smette di soffrire per ferite che,probabilmente, non si rimargineranno mai. Al punto da far sì che, anche in ambito cinematografico, si sia da sempre sentita l’esigenza di dar sfogo a questa oppressione, ora mettendo in scena le numerose dittature stesse, ora raccontando – attraverso storie di singoli – le sorti di un intero paese. Ne sa qualcosa, a tal proposito, lo stesso Lav Diaz, il quale da sempre, nei suoi lungometraggi, ha raccontato per immagini le sue amate Filippine. Lo ha fatto lui e lo fanno, sovente, anche suoi colleghi connazionali. Persino chi, per anni, ha addirittura avuto modo di lavorare al suo fianco. Questo è il caso, ad esempio, della giovane Shireen Seno, la quale – storica aiutante del cineasta di Datu Paglas – già nel 2013 ha deciso di mettersi in gioco in prima persona dietro la macchina da presa, dando vita a Big Boy, girato interamente in Super8 e che ha riscosso parecchio successo nell’ambito di vari festival internazionali.

Desiderosa anche lei di raccontare una porzione di storia delle Filippine, la giovane regista ha realizzato, ben cinque anni dopo, il personalissimo Nervous Translation, presentato all’interno del concorso Torino 36 alla trentaseiesima edizione del Torino Film Festival. E, in questa occasione, il periodo storico in cui il presente lavoro è ambientato è particolarmente significativo per le Filippine stesse, in quanto – trovandosi a cavallo tra due dittature (quella di Ferdinand Marcos, terminata nel 1986 e quella di Corazon Aquino, iniziata pochi mesi dopo) – hanno vissuto l’unica rivoluzione del ventesimo secolo, sperando, malgrado le drammatiche condizioni, in un futuro libero.
Al fine di mettere in scena questo momento tanto delicato quanto di centrale importanza, la regista ha deciso di abbracciare il punto di vista di Yael (Jana Agoncillo), una bambina di otto anni timida e riservata, la quale vive con la madre, ma trascorre quasi tutto il giorno da sola a giocare e a prepararsi del cibo con la sua mini cucina giocattolo. La bimba non ha praticamente contatti con suo papà (impegnato sul fronte della rivoluzione) e le uniche tracce di lui sono delle audiocassette che l’uomo, di quando in quando, spedisce alla moglie.
Malgrado i numerosi momenti in solitaria, però, questo piccolo, prezioso mondo di Yael è un mondo accogliente, ovattato, in cui la stessa bambina è contenta di rifugiarsi e in cui qualsiasi altra intrusione esterna (vedi gli amici e parenti che spesso fanno visita a sua madre) sembra quasi minare i delicati equilibri costituitisi. Non ci viene mostrato nulla, ad esempio, delle giornate trascorse a scuola (il fatto che la bambina frequenti una scuola ci viene solo lontanamente accennato), così come rari sono i momenti che Yael trascorre con sua madre. Dall’altro canto, ciò che immediatamente colpisce lo spettatore è la straordinaria cura che la protagonista dedica ai suoi piccoli rituali quotidiani: dalla preparazione di mini porzioni di cibo con la sua mini cucina, all’ascolto della voce registrata di suo papà, fino alla registrazione della sua stessa voce che ripete frasi sentite dai genitori. Il tutto, scandito da una calma e da una piacevole ripetitività che sta ricordare, in pieno accordo con ciò che viene raccontato, proprio una cantilena per bambini, dai ritmi così rassicuranti e così teneramente contemplativi.
Ma dov’è, di fatto, il confine tra mondo immaginato e mondo reale? Fino a che punto è arrivata la mente della bambina, pur di costruirsi un ambiente in cui si sente completamente al sicuro? Ce lo dicono gli ambienti e le singolarissime sceneggiature fatte in miniatura (con un raffinato e fedele lavoro di ricostruzione che fa addirittura pensare al bellissimo L’immagine mancante di Rithy Pahn) che, di punto in bianco, vanno a sostituire gli ambienti reali. Ed ecco che, quasi di soprassalto, persino lo spettatore viene svegliato da quel piacevole sogno in cui era stato immerso, senza più sapere con certezza dove finisca l’immaginazione e dove inizi la realtà, in un lavoro che denota, nella giovane regista, una straordinaria maturità stilistica, senza che si senta particolarmente l’influenza della forte autorialità che da sempre ha caratterizzato le opere del suo “maestro”. Al contrario, questo suo Nervous Translation è un coming-of-age delicato e originale, personale e mai scontato, al quale – data la brillante idea di partenza e la riuscita messa in scena – si tende a perdonare anche qualche lungaggine di troppo presente nella seconda metà.

Marina Pavido

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