Side Job

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una ferita sempre aperta

Il disastro di Fukushima è, ancora oggi, una ferita aperta per i giapponesi. Basti pensare, volendo restare in ambito prettamente cinematografico, all’elevato numero di pellicole sull’argomento prodotte dal 2011 fino ai giorni nostri. Sono stati in molti a voler dire la loro in merito e a elaborare la tragedia a modo proprio. All’interno di questa miriade di cineasti, tuttavia, spicca un nome proveniente proprio da Fukushima e, pertanto, toccato praticamente nel vivo dal terribile tsunami. Stiamo parlando del regista Hiroki Ryuichi, il quale, in parte grazie alla carriera di autore di commedie mainstream, in parte grazie alla sua attività di cineasta indipendente, ha già avuto modo di farsi conoscere anche nel nostro continente. È suo, ad esempio, il toccante River (2011), dove, appunto, veniva raccontato per la prima volta il disastro di Fukushima, così come sempre suo è l’acclamato Tokyo Love Hotel (2015), apprezzato da un buon numero di spettatori anche nel nostro paese. A distanza, dunque, di ben sette anni dallo tsunami, ecco che, con una nuova consapevolezza e maturità, l’autore ci ha presentato un ulteriore lavoro incentrato su Fukushima: Side Job, intenso e complesso lungometraggio presentato in anteprima italiana alla 20° edizione del Far East Film Festival di Udine, il quale, più che parlarci della tragedia in sé, vuol mostrarci più che altro le indelebili conseguenze che la stessa ha avuto su chi l’ha vissuta in prima persona.
Ed ecco che, dunque, ci viene raccontata la singolare storia della giovane Miyuki Kanazawa, la quale ha perso la madre nel disastro, vive con il padre rimasto praticamente senza occupazione, lavora come impiegata comunale nella città di Iwaki e ogni fine settimana si reca a Tokyo, ufficialmente per seguire un corso di inglese. La ragazza, in realtà, approfitta dei weekend per prostituirsi all’interno di hotel di lusso. Ma qual è il reale motivo per cui ha scelto questa strada? Cosa può darle un’esperienza del genere, dal momento che la giovane non si trova in condizioni economiche precarie?
La risposta, molto banalmente, può essere il desiderio di evasione, di vivere un mondo parallelo e insolito, al fine di scappare dai fantasmi che popolano la vita di tutti i giorni e dai drammatici ricordi di un passato non sempre clemente.
Doloroso al pari del bellissimo Himizu di Sion Sono (2011), al quale si pensa inevitabilmente durante le numerose carrellate che ci mostrano la città che ancora vive i postumi del disastro, Side Job non si limita a raccontarci una singola storia – quella di Miyuki, appunto – bensì la storia di molte persone che ogni giorno devono fare i conti con ciò che è successo: da chi ha deciso di buttarsi a capofitto sul lavoro, al punto di trascurare la propria famiglia, a chi tenta in ogni modo il suicidio; da chi non sa come aiutare i propri figli a vivere una vita “normale” a chi, prendendo sempre più consapevolezza per quanto riguarda l’accaduto, al fine di vivere il presente senza dimenticare ciò che è stato, cerca di fotografare ogni luogo, ogni persona e ogni oggetto legato inevitabilmente alla tragedia.
E, a tal proposito, la scena in cui agli abitanti di Iwaki vengono mostrate le fotografie di una giovane artista, raffiguranti il prima e il dopo tsunami, è forse il momento maggiormente toccante di tutto il film, esplicito, ma mai eccessivo, doloroso ma che evita sapientemente di dirci troppo, lasciando lo spettatore in un momento di doveroso raccoglimento e necessaria meditazione.
Sempre pensando al sopracitato film di Sion Sono, una sostanziale differenza con Side Job c’è eccome: questo ultimo lavoro di Hiroki Ryuichi si differenzia dall’opera di Sono – così come da molti altri lungometraggi sull’argomento – per un’importante iniezione di speranza, mostrandoci un popolo sì profondamente ferito, sì terribilmente sconvolto, ma anche fortemente dignitoso, che, nonostante tutto, non ha mai perso la voglia di rimboccarsi le maniche e di risollevarsi. E, a tal proposito, particolarmente emblematica è una scritta realizzata con un comunissimo spray su di un muro abbandonato, al quale viene dedicata l’ultima inquadratura: “Non preoccupatevi. Siamo sopravvissuti.”. Una scritta che in sé racchiude tutta l’essenza dell’intero lavoro di Hiroki Ryuichi, il quale, malgrado il coinvolgimento in prima persona nei fatti, è riuscito a mantenere anche quel necessario distacco emotivo auspicabile nel momento in cui si dà vita a un’opera. Anche questo, dunque, contribuisce ad accrescere il valore artistico di questo prezioso documento storico.

Marina Pavido

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