Se la nave va, non lasciarla andare
Un incidente sulla rotta tanto imprevisto quanto inspiegabile ha reso la navigazione verso le sale di Mutiny, il nuovo action-thriller con Jason Statham per la regia di Jean-François Richet, decisamente turbolenta. Lo scorso agosto, prima dell’uscita nei cinema d’oltreoceano, la pellicola è stata accidentalmente, brevemente e soprattutto gratuitamente resa disponibile su Prime Video. Prima di essere rimosso nell’imbarazzo generale, il film, che in Italia sarà distribuito da Eagle Pictures a partire dal 10 settembre 2026, per un paio di ore è stato completamente fruibile da tutti gli abbonati alla piattaforma di streaming on demand. Si tratta di un incidente di percorso che sa di svista clamorosa, ma che nonostante abbia tolto un discreto numero di potenziali spettatori paganti non ha comunque impedito alla pellicola di incassare nelle tre settimane iniziali di programmazione 15,3 milioni di dollari, di cui 7,5 nel weekend di lancio.
Incidente a parte, chi ha già visto, ma anche chi lo vedrà a stretto giro, avrà già avuto modo e lo avrà di constatare quanto poco Mutiny ha da offrire al fruitore in termini di originalità con il suo plot. Quello scritto a quattro mani da J.P. Davis, Lindsay Michel, affidato alle mani capaci e sapienti del regista francese che di film ad alto dosaggio adrenalinico ne ha firmati diversi (dal remake Assault on Precinct 13 a The Plane, passando per Blood Father), è un progetto concepito e ritagliato su misura per essere l’ennesima occasione per Statham di portare sul grande schermo tutto il campionario marziale e balistico del quale dispone, quello che da oltre vent’anni lo vede scaricare addosso proiettili e assestare raffiche di pugni e calci ai cattivoni di turno. Quello che di fatto è l’ultimo “action man” old school in attività si ritrova più o meno a interpretare sempre lo stesso tipo di personaggio, simile da un film all’altro, ossia figure fotocopia prodotte in serie e di volta in volta piazzate in un terreno d’azione diverso, che nel caso di Mutiny è una nave cargo piena zeppa di mercenari. Disegnato l’identikit e resisi conto dei tratti comuni, ci si trova nuovamente al cospetto di un uomo incastrato o risvegliato dal “letargo” per salvare qualcuno, consumare una vendetta o entrambe le cose. Condizione, questa, che rappresenta un must per il filone action-thriller e al contempo per la filmografia dell’attore britannico, dove di personaggi costretti a combattere per qualcosa o qualcuno è possibile trovare in abbondanza. La lista in tal senso è piuttosto vasta e dal Frank Martin del primo The Transporter ai più recenti Levon Cade di A Working Man, Adam Clay di The Beekeeper e Michael Mason di Missione Shelter, mutano gli addenti ma non la sostanza. E non fa eccezione il protagonista di turno, con Statham che stavolta è chiamato a indossare i panni di Cole Reed, ex commando dei Royal Marines ed ex agente delle unità speciali SCO19 della polizia di Londra, oggi responsabile della sicurezza personale del suo amico e mentore, il magnate armatoriale thailandese Tibu Campallo. Quando Tibu viene assassinato davanti ai suoi occhi, Cole intraprende una missione per vendicare il suo fratello d’armi – una missione che lo porta in acque internazionali, dove scopre segreti sinistri ben più profondi di quanto avesse mai immaginato.
A proposito di scarsa originalità, che in operazioni come queste rappresenta nella quasi totalità degli iscritti al genere di riferimento una regola d’ingaggio alla quale il pubblico deve giocoforza sottostare, durante la visione di Mutiny la mente di default, per una serie di analogie nella trama e soprattutto nell’ambientazione, non può non tornare a Trappola in alto mare. Nella pellicola del 1992 di Andrew Davis, un altro illustre e intramontabile esponente dell’action vecchia scuola, Steven Seagal, come Statham si sbarazza di un commando di malintenzionati armato fino ai denti a bordo di una nave. Di conseguenza sensazioni continue di déjà-vu prendono il sopravvento, con la timeline che sul piano narrativo e drammaturgico diventa una tela sulla quale vengono concepite prima e trasposte poi situazioni, intrecci, dinamiche, sviluppi e risoluzioni già vista che hanno il retrogusto della minestra riscaldata. La componente thriller è ridotta all’osso, con l’elemento giallo innestato nella trama che a conti fatti altro non è che un soprallettile che serve come innesco del conflitto. Uno scontro che in Mutiny si sposta dalle strade di Bangkok agli spazi della nave (corridoi stretti, i vani metallici, i ponti, le sale macchine e le stive immense) che come in Trappola in alto mare si trasformano nei campi di battaglia. Qui vanno in scena spettacolari corpo a corpo (vedi quello della resa dei conti sul ponteggio, tra i container e la sparatoria con inseguimento al posto di blocco) che Richet, con la fisicità e la velocità di esecuzione di Statham, rende la portata più gustosa di un menù come già detto noioso nella sua ripetitività.
Francesco Del Grosso









