Madame

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

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Ecco un’opera alla quale, pur essendo presentata nell’ambito della rassegna dedicata al cinema svizzero contemporaneo 2020, i confini elvetici vanno quantomai stretti. Madame del regista Stéphane Riethauser mira infatti a concetti universali come l’accettazione di se stessi attraverso il superamento delle convenzioni sociali; solo che, nel mettere in pratica tale percorso, sceglie la forma sorprendente di un confronto generazionale sulla carta improponibile fosse anche per meri motivi temporali. Quello di un’anziana donna, Caroline, e del figlio di suo figlio, ovvero lo stesso regista Stéphane. Una storia narrata in duplice modalità – in voice over da Riethauser, mediante interviste dalla propria nonna – ma soprattutto attraverso il recupero di materiale d’archivio. Vecchi filmati in super 8, foto d’epoca e ricordi tramandati oralmente da Caroline vanno così a comporre un puzzle esistenziale tanto improbabile quanto sincero e affascinante nel suo dipanarsi a mo’ di vicenda avventurosa.
Da una parte abbiamo una sorta di matriarca dal carattere forte, una donna che si è sempre battuta per la personale emancipazione da una società, quella svizzera di inizio Novecento, maschilista e retrograda. Una donna data in sposa in età tenerissima ad un uomo appena conosciuto e che non amava, dal quale trova la forza di separarsi dopo la nascita dell’unico figlio, per l’appunto il padre del regista. Il prototipo di un femminismo ante-litteram ma al contempo angelo custode di una tradizione famigliare di livello borghese da perpetuare con tutte le forze. Dall’altro lato ecco Stéphane, l’unico nipote sul quale fare affidamento per l’inevitabile prosecuzione della stirpe. Un bel ragazzo alto, prestante e brillante, ma con un grande segreto da celare a causa delle aspettative di tutta la famiglia: la sua attrazione fisica verso il proprio sesso. Madame diventa così la documentazione visiva di un campo di battaglia “parallelo”. Quello di Caroline contro un mondo che vede la donna ancora come essere subalterno, il cui unico scopo è di procreare e badare alla famiglia; e quello di Stéphan, incapace di accettare la propria omosessualità sempre più evidente per timore di deludere i suoi genitori e l’amata nonna. Sullo sfondo di una borghesia di Ginevra del tutto soffocante nella sua ramificazione di stampo quasi militaresco.
Tuttavia Madame risulta alla fine un lungometraggio prezioso proprio perché rappresenta un inno alla forma più alta di intelligenza e sensibilità, quella che porta alla comprensione assoluta della diversità in quanto ricchezza. La donna tutta d’un pezzo un giorno prenderà atto del segreto del nipote e comprenderà, facendo in modo che due esistenze assai diverse trovino punti in comune di reciproco confronto. Un qualcosa che mai avverrà, ad esempio, tra Stephane e suo padre. E da tale unione con la nonna il regista trarrà la forza di affermare al mondo la propria presenza per come è realmente, lottando per i diritti di minoranze verso ogni forma di discriminazione.
Una storia che fa degli scarti temporali uno dei suoi pregi, riuscendo a superare di slancio un sospetto di esemplarità – si fosse trattato di fiction il rischio sarebbe stato assai concreto – raccontando la verità in modo semplice e diretto; cioè facendo esprimere all’unisono immagini e parole finalizzate allo stesso obiettivo.

Daniele De Angelis

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