L’uomo delfino

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Ritratto di un uomo complesso

Fa un respiro profondo, un altro ancora, indossa la maschera, tuffati, il mondo di sopra scompare, si apre il mondo di sotto, galleggi, ti muovi, provi a toccare il fondo, manca l’aria, ritorna in superficie, ripeti. È l’immersione in apnea. Un gioco per i bambini al mare d’estate, un modo per procurarsi di che vivere per le popolazioni che vivono di pesca, come gli Ama del Giappone o i tanti pescatori del Mediterraneo e anche una disciplina sportiva praticata da individui che hanno più a che fare con l’ascetismo che con l’atletica.
L’apnea come pratica sportiva parte intorno agli anni Cinquanta del Novecento ed è in quegli anni che iniziano ad affacciarsi alcuni dei nomi più noti, ancora oggi, di questa pratica. Tra tutti l’italiano Enzo Maiorca ed il francese Jacques Mayol protagonista de L’uomo delfino, documentario di Lefteris Charitos. Il regista greco, già autore di molti documentari per la televisione, realizza qui non tanto una biografia, quanto un viaggio dentro l’uomo. Il film non pare voler fare una storia della vita di Mayol, quanto piuttosto esplorare la sua personalità e la sua filosofia. Ne esce il ritratto di un uomo complesso, a tratti contraddittorio, difficile e con molti difetti. Più un filosofo, un asceta, interessato a raggiungere l’illuminazione che un atleta desideroso di battere record ed ottenere riconoscimenti. Non insensibile certo alla mondanità ma in qualche modo distaccato, sempre su di un piano leggermente sfasato rispetto a chi lo circondava, amici o parenti che fossero.
Si fa anche cenno della figura di Maiorca, considerato da molti il suo grande e forse unico rivale ma, dalle parole dello stesso Mayol recitate fuori campo, forse più un animo affine capace di comprenderne la natura. Un “dualismo elettivo” potremmo chiamarlo, tra due individui riconosciutisi se non come uguali come simili e pari. Un rapporto esposto anche nella pellicola Le Grand Bleu (1988) di Luc Besson ispirata dalla figura di Mayol, e che viene anch’essa citata nel documentario.
Ma perché dedicare un documentario all’apneista francese? Cosa lo distingueva dagli altri ?
L’attitudine, probabilmente. Maiorca e con lui gli altri esponenti della disciplina si immergevano perché potevano, perché erano capaci di farlo e volevano battere nuovi record, superarsi e migliorare. Per Mayol sembra invece essere più una ricerca spirituale, un’applicazione dei principi imparati dallo yoga e dal buddhismo giapponese. Per Mayol non si è mai trattato di battere record, quanto di esplorare le profondità marine, immergersi, fisicamente e spiritualmente, nell’elemento acqua per acquisire una nuova consapevolezza di sé e del mondo. Ed è questo elemento che il documentario indaga. Per Jacques Mayol immergersi in apnea ha sempre costituito un tentativo di ascesi ad un nuovo e più ampio piano di coscienza. Non era un santo, non almeno nel senso occidentale del termine, quanto un uomo alla ricerca dell’illuminazione, forse non la trovò mai, tuttavia le testimonianze del documentario ci dicono che con la sua ricerca ha mostrato la via a molti.

Luca Bovio

Leave A Reply

quattro × 5 =