L’ultimo uomo che dipinse il cinema

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Ai poster l’ardua sentenza

Anche ai cinefili più incalliti il nome di Renato Casaro probabilmente non dirà molto. Eppure questo personaggio fa parte a suo modo della nostra cultura cinematografica e ha contribuito in modo non secondario ad alimentare un’iconografia della settima arte, dei nostri sogni. Renato Casaro è indubbiamente il più grande illustratore di manifesti cinematografici del nostro paese e non solo, con una carriera sterminata che lo ha portato a dipingere le locandine di film dagli anni Cinquanta ai Novanta, per la distribuzione italiana e quella di tanti paesi europei. L’elenco delle opere su cui ha lavorato sarebbe sterminato, e di queste fanno parte tante immagini, del manifesto forse ancor più del film stesso, che sono entrate prepotentemente nel nostro immaginario.

A ripercorrere la carriera di Renato Casaro, ci ha pensato Walter Bencini, con il suo documentario L’ultimo uomo che dipinse il cinema, presentato al Mescalito Biopic Fest 2020. Bencini va a trovare l’ormai ex-illustratore nella sua casa di Treviso, la sua città natale dove si è ritirato, con la moglie che è anche la sua musa, dopo aver vissuto in grandi città, Roma, Monaco di Baviera, dove lavorava per l’industria del cinema. Una casa di campagna, un mondo rilassato di provincia, di fianco a un imponente albero di ginkgo, che si tinge di giallo oro in autunno, con appesi nidi e mangiatoie per gli uccelli, e dove coltiva l’hobby dell’allevamento delle api. Una carriera, la sua, iniziata nel 1955 con le illustrazioni per il film Due occhi azzurri (Zwei blaue Augen) di Gustav Ucicky e conclusa nel 1999 con Asterix & Obelix contro Cesare. Tra i due estremi tutto un mondo di cinema, tanti capolavori che abbiamo amato, impossibile fare un elenco anche solo dei più importanti. Dalla cosiddetta Hollywood sul Tevere, dai kolossal di Dino De Laurentiis, italiani e americani, al cinema d’autore e a quello di genere, i western e i peplum italiani. Walter Bencini ne fa una carrellata con l’artista, soffermandosi su alcuni fondamentali o per i quali ci siano dei gustosi aneddoti da raccontare.
L’arte del cartellonista, di cui Casaro è uno dei nomi principali, si situa in un limbo, tra immagine fissa e immagini in movimento, tra illustrazione pittorica e fotografia e, piaccia o non piaccia, tra arte e marketing. Ne è consapevole Walter Bencini, che, all’interno di un mezzo come il cinema, pur documentario, restituisce un abbozzo di movimento, animando alcune di quelle illustrazioni dei poster di Casaro. Ma, come nota uno degli intervistati, le immagini di Casaro contenevano già, esse stesse, una tensione dinamica, un’idea di movimento. Le opere di Casaro emanano lo stesso fascino delle illustrazioni della Domenica del Corriere: appartengono a una concezione il cui il disegno e la pittura possono sostituire l’oggettivazione dell’immagine fotografica. La cura per il dettaglio di Casaro è poi estrema: i volti degli attori per esempio sono riprodotti fino al minimo neo, fino alla più piccola ruga, fino alla più piccola vena dei muscoli di Rambo. E la sua tecnica è andata via via affinandosi, per esempio con l’uso dell’aerografo con cui ha raggiunto vette di iperrealismo. Ma la grande sensibilità di Casaro è stata quella di fornire un’idea, un concentrato del film attraverso un’immagine. Anche con qualche tocco di furbizia, dovendo rispettare tanto i dettami contrattualistici – per esempio nei volti degli attori da evidenziare o il diverso risalto degli artisti nei credits – nonché le logiche promozionali spesso fuorvianti della distribuzione italiana, capace di cambiare in modo grottesco i titoli. Ne è un esempio La casa (The Evil Dead) di Sam Raimi, di cui Casaro realizzò un poster, in ossequio al titolo italiano, con una casetta gotica un po’ alla Psyco, molto diversa dall’abitazione nel bosco del film. La casa peraltro diventa una firma di Casaro, che inserisce nei manifesti che debbano trasmettere un senso di inquietudine, come in quello di Misery non deve morire. Un altro esempio, di cui il documentario non parla – si vede solo il poster in una carrellata – è quello di L’invasione dei mostri verdi, il titolo italiano del fantascientifico The Day of the Triffids (1963), che Casaro raffigura con una creatura simile al classico mostro della laguna nera.

Il lavoro di Walter Bencini è molto rispettoso del personaggio, e del suo portato, di un modo di fare il cinema ormai tramontato. Il documentarista mette anche qualche preziosismo di suo, oltre all’animare qualche manifesto, realizza dei raccordi di montaggio che passano dalle case dei manifesti di Casaro alla sua dimora di campagna, oppure usa come dissolvenza l’immagine della pellicola che si brucia. Il senso di L’ultimo uomo che dipinse il cinema va anche oltre l’omaggio all’artista, per tratteggiare il ritratto di un modo di fare cinema che non c’è più. Un cinema che poteva diventare un’impresa, in cui si realizzavano delle costruzioni scenografiche, in grandezza reale, dell’arca di Noè e della torre di Babele per La Bibbia di John Huston, girato a Cinecittà. L’illustrazione cinematografica stessa è ormai opera di anonimi creativi, grafici e designer, non più di artisti che lavorano con pittura e pennello, e ha perso ogni fascino, ogni genuino spirito artistico e creativo. Il cinema ha perduto quello spessore materico con il dominio del digitale. Appare un’ironia involontaria il fatto che, tra gli intervistati del documentario, Aurelio De Laurentiis parli con alle spalle la locandina di Manuale d’amore di Giovanni Veronesi, che raffigura le foto in successione dei protagonisti (tra cui Carlo Verdone che pure aveva lavorato molto con Casaro): l’antitesi dello spirito di Renato Casaro.

Giampiero Raganelli

Leave A Reply

cinque × tre =