Le Petit Café

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Denaro e differenze sociali tra le gag di Max Linder

Abbiamo davvero bisogno di ridere”. Questa la dichiarazione scritta del direttore delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone Jay Weissberg in apertura al Catalogo fornito ad ogni accreditato al festival. Una dichiarazione che s’inserisce nel contesto di una più generale riflessione sui nostri tempi, tempi in cui le risate e le commedie possono divenire “il miglior antidoto alla brutalità che ci circonda”. Ecco perché gli organizzatori dell’edizione numero 38 delle Giornate hanno deciso di dedicare ampio spazio allo slapstick europeo. E ciò fin dalle primissime proiezioni, che hanno visto come protagonista, tra gli altri, il grande attore e regista francese del primo Novecento Max Linder.
Nel pomeriggio di sabato, infatti, è stato presentato al folto pubblico del Teatro Verdi di Pordenone Le Petit Café, lavoro risalente al 1919 del regista Raymond Bernard con nel cast, per l’appunto il nostro Max Linder. Commedia quest’ultima tratta dall’omonima pièce teatrale del padre di Raymond, Tristan, un’opera di successo che nel campo della settima arte già aveva evidentemente influenzato Tillie’s Punctured Romance (1915) di Mack Sennett.
La vicenda del mediometraggio, della durata di 55 minuti, è quella di Albert Loriflan (Max Linder), figlio di un ricco alpinista, ma ora caduto in disgrazia e costretto a trovarsi un impiego malpagato da cameriere al Café Philibert. Le cose cambieranno quando si verrà a sapere che Albert ha ereditato una fortuna proprio dal benestante genitore, fortuna su cui cercheranno di mettere le mani l’avvocato di suo padre e lo stesso Philibert, suo datore di lavoro. Loriflan, per non cedere di fronte all’inganno perpetratogli dai due, si vedrà costretto a mantenere il proprio lavoro da cameriere, mentre nel tempo libero conduce un’esistenza di lusso ed agiatezza e frequenta un’attrice facoltosa, anche se una sua ex amante non sembra proprio volergli dare tregua.
A distanza di cinque anni dall’uscita di Caught in a Cabaret di Charlie Chaplin, grande ammiratore di Linder peraltro (lo definì addirittura il suo maestro), film la cui trama è assai simile a quella sopra descritta, l’attore francese cercò con Le Petit Café il riscatto europeo dopo la tutto sommato deludente parentesi americana. Ne uscì un lavoro che avrà un successo importante e pure dei rifacimenti (si pensi a quello, in due versioni, di Maurice Chevalier), una commedia che, a differenza della maggior parte delle avventure del personaggio Max, trai i primi protagonisti dei film slapstick a creare la propria icona con i tratti caratteristici del cappello a cilindro e dei baffetti lisciati, non si vota unicamente alla risata ma si offre agli occhi dello spettatore più attento come una riflessione dolceamara sul potere del denaro e sui suoi effetti collaterali. Il protagonista Albert è scaltro e pronto a reagire ad ogni situazione, ma il suo sogno di scalata sociale trova mille ostacoli, il primo dei quali costituito proprio dalla necessità di celare l’altra faccia di quella duplice esistenza, quella del cameriere, considerata come umiliante e aborrita dalla clientela del padiglione del Bois de Boulogne parigino, tra le cui fila il personaggio di Linder tenta di inserirsi stabilmente una volta ereditate le ricchezze paterne, senza però riuscirvi. Smascherato e dunque ripudiato dall’attrice, secondo la logica della differenza dei ceti che percorre l’intera durata de Le Petit Café, perseguitato da una suonatrice zingara con cui ha trascorso un’unica notte d’amore (il cui trascorrere è magnificamente descritto dal dettaglio dell’ombrello abbandonato sotto la pioggia fuori dal portone della casa), Albert troverà la sua pace, che non è pace sociale, ma strettamente personale, nell’amicizia con il lavapiatti del caffè e nell’amore timido e riservato di Yvonne, la figlia di Philibert, per la quale sarà finalmente disposto a rinunciare al giogo del successo e del denaro.
Le Petit Café, a lato di tali considerazioni, è percorso, in ogni caso, dalle solite gag esilaranti dell’istrionico e talentuosissimo Linder, che arriverà, per esempio, a giocare un solitario sul luogo di lavoro pur di farsi cacciare e di non pagare una penale, così come, per lo stesso motivo, verserà a due clienti il caffè in un calice e il brandy nella tazzina. Non bisogna dimenticare, infine, la complessità e l’originalità delle didascalie, tra piccole immagini di raccordo a margine del testo e schermi divisi in due, con le parole di Albert affiancate alle espressioni del suo volto, fino al frame conclusivo del mazzo di rose a sottolineare la passione conciliante sbocciata tra il protagonista ed Yvonne.

Marco Michielis

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