Le mille e una notte – Arabian Nights

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9.0 Awesome
  • voto 9

Resistenza umana

Diciamolo subito: Le mille e una notte – Arabian Nights del cineasta portoghese Miguel Gomes possiede i tratti del progetto epocale. Nel senso sia letterale che simbolico del termine. Da quest’ultima prospettiva per la sua impostazione artistica, che prevede un lungometraggio di oltre sei ore diviso in tre capitoli capace di “evadere” dalla realtà di un paese – Il Portogallo, appunto – strangolato come altri dalla crisi economica solo per osservarne meglio gli effetti. Con Arabian Nights Gomes s’inerpica sulle impervie strade della fantasia, usando la figura retorica della principessa Sherazade de Le mille e una notte a mo’ di cantastorie, sovrapponendola volutamente a quella del regista che “non sa da quale parte cominciare” per raccontare la parabola del calvario esistenziale di un popolo. Inizialmente infatti, nel Volume 1 – Inquieto,  pare ricorrere alla visione documentaristica, comprendendo subito l’insostenibilità di una rappresentazione fedele di una realtà troppo assurda e intollerabile per essere riprodotta senza mediazioni. Per sublime paradosso, ecco quindi il ricorso alla fabula, alla via traversa, per rendere racconto orale e visivo ciò che condurrebbe, mostrato nudo e crudo, ad una sorta di depressione singolare (dell’autore) e di massa. La realtà viene lucidamente decentrata per essere tramandata, unica strada possibile per venire ascoltata, compresa e metabolizzata. L’istantanea di un’epoca – da cui l’epocalità letterale del progetto – si fonde con il “meraviglioso”: galli che cantano per avvisare l’uomo dei troppi rischi a cui sta andando incontro, capodogli spiaggiati che esplodono restituendo la vita a sirene da poco ingoiate, catene umane a pelle nuda ai confini dell’oceano il primo giorno dell’anno a testimoniare la loro (r)esistenza nonostante tutto.
Ancora il (dis)piacere dello storytelling nel Secondo Volume, sottotitolato appunto Desolato. Elementi cardine di ogni democrazia propriamente detta, come giustizia ed equità sociale translitterano nell’esemplare caducità della farsa grottesca e acuminata, ad un livello di efficacia raggiunto nel cinema solo da menti elette quali Luis Buñuel. Si sorride con amarezza di fronte all’interminabile racconto di un processo che, venendo giudicati da un magistrato donna i reati meno convenzionali mai commessi, si svolge in una sorta di anfiteatro che non può non richiamare alla mente l’ineluttabilità di un classicismo atemporale. Il cinema di Miguel Gomes si fa discorso politico seguendo percorsi – e ragionamenti – così alternativi e lucidamente “folli” da risultare alla fine più reali del vero. E arrivando alla conclusione che l’applicazione del concetto di giustizia non sarà mai imparziale come dovrebbe essere, data la sostanziale imperfezione di un’umanità continuamente tentata da pulsioni prevaricatrici. All’assurdo di una crisi economica strangolante, fatta di sperequazioni sociali talmente evidenti da non poter essere, paradossalmente, nemmeno denunciate con forza, il cineasta lusitano risponde con le medesime armi, dando il via ad discorso filosofico e sociale dai confini, in pratica, illimitati. Varcando sovente quella sottile linea immaginaria che divide la sterile serietà assoluta del dogma dalla vitale necessità dello sberleffo vitale, ultima risposta possibile a chi manovra con arroganza le leve del potere politico.
Un discorso para-filosofico che raggiunge il proprio culmine nel Terzo Volume, Incantato. In cui per quasi metà della sua durata Sherazade – ovvero Il Portogallo intero – fugge dalla prigionia di Palazzo alla quale è stata condannata avendo sposato il sanguinario sultano di Bagdad – l’Europa germanocentrica che, in nome del rispetto dei bilanci economici, costringe il paese all’impoverimento “programmatico” – allo scopo di vivere in prima persona le storie che racconta. Lei per salvarsi la vita in senso fisico – la sua abilità nel suscitare la curiosità del marito impedisce a quest’ultimo di ucciderla – il Portogallo per sopravvivere ad una crisi senza fine. E forse Miguel Gomes, il regista/artista/maieuta per comprendere meglio ciò che sta accadendo attorno a lui. Dedicandosi per l’altra metà del segmento ad una poetica, paradossale e infinità narrazione sul canto dei fringuelli da competizione, ultima risorsa per sconfiggere un disagio ormai penetrato sottopelle di un intero popolo. Con brevi divagazioni su una studentessa cinese stabilitasi in terra lusitana e fulminanti momenti dove il canto dell’inno nazionale diviene autentico passaggio di aggregazione politica, per un’emozione che deflagra dentro e fuori lo schermo.
Raramente dunque un tale pot-pourri visivo ha assunto le sembianze di un’analisi socio-politica così lucida, rivalutando il ruolo dell’Arte come intercapedine indispensabile nel duplice aspetto della messa in scena e del processo di comprensione di ciò che viene narrato. Tutto diviene metafora, attraverso un procedimento “felliniano” colto nei suoi momenti migliori e ispirati; Arabian Nights trasforma l’inquietudine – da cui il titolo del primo volume – in magica contemplazione di un degrado provvisto di una propria fascinazione un po’ perversa. Esattamente come Sherazade, la quale racconta al sovrano storie sempre più estreme allo scopo di vedersi risparmiata la vita, Miguel Gomes si pone la medesima domanda: cosa rimarrebbe dell’essere umano privato dell’Arte? L’oblio del nulla, la totale afasia comunicativa. Allora anche girare un’opera fluviale (la durata, nelle tre parti che la compongono, è di oltre sei ore) come Arabian Nights diviene una necessità mentale, l’unico modo per rimanere attivi e partecipi in un gioco esistenziale nel quale la sensazione di avvertirsi pedine dal destino messo nelle mani di (pochissimi) altri sta diventando sentore comune ad ogni latitudine. Anche e soprattutto per questo l’opera di Gomes assume i toni del gesto, al giorno d’oggi, totalmente radicale: c’è ancora qualcuno che osserva, riferisce, crea la magnifica possibilità di formarsi un’opinione non guidata in chi vuole guardare ed ascoltare. A prescindere da quanti essi siano. Uno o mille non fa alcuna differenza, lo scopo sarebbe sempre raggiunto.
Persino il termine capolavoro, in determinati casi, può suonare riduttivo. Il Cinema, allora, non può fare altro che inchinarsi e ringraziare.

Daniele De Angelis

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