La nostra storia

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7.0 Awesome
  • voto 7

La Storia si ripete

Chi ha reminiscenze scolastiche di ciò che anni addietro ha potuto leggere e studiare sui manuali, chi mastica e approfondisce la materia in questione per svariati motivi, o ancora chi da semplice appassionato è solito frequentarla, si sarà ampiamente reso conto di quanto la Storia si ripeta ciclicamente, ritornando a fasi alterne e a intervalli di tempo elastici e irregolari a replicare fatti e situazioni più o meno analoghi, per non dire fotocopia. La Storia tende dunque a ripetersi e a reiterare nel bene e nel male cose già viste e sentite, dando all’umanità quella sensazione di déjà vu che si prova al cospetto di dinamiche già vissute o che si ha la sensazione di aver già visto o udito da qualche parte. Ciononostante, l’uomo sembra non volere trarre insegnamenti da tali reiterazioni, ripetendo a sua volta scelte erronee o tornando puntualmente sui propri passi per bissare un successo o per evitare di non commettere nuovamente gli stessi sbagli. E a tutto questo che viene da pensare dopo avere visto e udito La nostra storia, il cortometraggio firmato da Lorenzo Latrofa che, dopo la vittoria del Premio MigrArti 2017 e alcune tappe nel circuito festivaliero, è approdato in quel di Conversano nel concorso “Animated Short Film” della 16esima edizione di Imaginaria.
Quella che scorre sullo schermo è una sovrapposizione e un intreccio spazio-temporale di storie distanti decenni e migliaia di km l’una dall’altra, ma che proprio a causa della suddetta natura ciclica e se vuoi anche randomonica ha finito con il generare e dare corpo a due lunghe, avventurose e terribili odissee umane. In La nostra storia, l’autore ripercorre le storie di due viaggi speculari e identici per quanto concerne le one lines. La prima racconta un viaggio dei giorni nostri dall’Africa all’Italia, mentre la seconda quello di un uomo costretto a scappare all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Da una parte ad alimentare la timeline ci pensano le immagini, dall’altra la linfa vitale proviene da un flusso orale. In questo modo, fotogrammi e parole si mescolano in maniera organica e simbiotica senza soluzione di continuità, con nessuna delle componenti che finisce mai con il prendere il sopravvento. Il risultato è un equilibrio di forma e contenuto, che mette l’esito nelle condizioni di navigare in acque sicure.
Il cuore pulsante dello script è quindi il delicato e sempre attuale tema delle migrazioni, sempre più oggetto e soggetto di opere audiovisive di diversa forma, sostanza drammaturgica e narrativa, peso specifico, genere, durata e provenienza. Un tema, questo, universale e che l’attualità ha finito inevitabilmente con il mettere al centro delle produzioni cinematografiche e non solo di tutte le latitudini. Ciò ha da una parte ha contribuito a sensibilizzare le platee sull’argomento in questione, dall’altra l’incremento sostanziale ed esponenziale registrato in termini di opere realizzate sul tema ha dato origine ad una saturazione di pellicole più o meno simili. Pro e contro con i quali siamo oramai abituati. Fatto sta che negli ultimi anni il pubblico si è trovato a fare i conti e a misurarsi con una mole impressionante di pellicole spesso uguali, in grado persino di speculare sulle tragedie via via narrate sul film di turno.
Fortunatamente il cortometraggio di Latrofa non fa parte di questa scialba e nutrita schiera di progetti, al contrario ne prende le distanza allontanandosi dalle sabbie mobili dello stereotipo e della morale a buon mercato che hanno inghiottito molte operazioni analoghe. Il tutto sembra inizialmente andare nella pericolosa direzione dello spot progresso per poi virare verso altro. Qualche residuo a conti fatti viene a galla e continua a scorrere nelle arterie che pompano sangue alla scrittura, ma non in un quantitativo tale da infettare l’intero corpus drammaturgico e filmico. Per farlo, il team creativo (design e direzione artistica di Massimiliano di Lauro, animazione di Giovanni Braggio e Adolfo Di Molfetta) guidato dal regista romano ha scelto in primis un punto di vista e una prospettiva diversi, non originalissimi ma quantomeno interessanti rispetto alla ricetta che i nostri occhi e orecchie hanno ormai assorbito, codificato e iniziato a rigettare in seguito alla saturazione e alla ripetitività presenti sul mercato audiovisivo mondiale. Il parallelismo che sfocia nell’incrocio di vicende e personaggi apparentemente lontani, ma in realtà legati in maniera indissolubile da un filo rosso, ha già trovato ampio spazio sul grande e piccolo schermo. Qui però entra a fare parte di un meccanismo ben strutturato, scorrevole e ritmicamente calibrato, oltre che empaticamente coinvolgente. L’animazione dal canto suo si fa veicolo per consentire allo short di trovare la propria strada nel mare nostrum della produzione breve tricolore. Quella usata è un tipo di animazione a tavole colorate che richiama alla mente la pittura tribale da una parte e quella spigolosamente geometrica della corrente futurista. Queste due espressioni pittoriche sulla carta distanti anni luce non entrano in conflitto, ma si mescolano in maniera efficace nella semplicità non straripante della confezione. Quest’ultima arricchita da simile diversità.

Francesco Del Grosso

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