La madre, el hijo y la abuela

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8.0 Awesome
  • voto 8

Tre generazioni

La famiglia. Le proprie origini. Gli affetti. La malattia. E poi la fotografia e, non per ultimo il cinema. Non di rado capita di imbattersi in lungometraggi che sfruttano tali elementi per dar vita a qualcosa di nuovo. Se poi pellicole del genere vedono la luce in paesi in cui l’attenzione a nuovi linguaggi e la voglia di sperimentare, combinando il reale con elementi surreali o onirici, è da sempre caratteristica principale della cinematografia locale, la cosa si fa davvero interessante. È questo, ad esempio, il caso di nazioni come il Cile, dove – grazie anche ad una politica che incentiva la produzione di opere prime, oltre alla presenza di importanti scuole in cui sperimentare nuovi modi di fare cinema è uno degli obiettivi principali – sono nati importanti nomi della cinematografia mondiale (primo fra tutti, il grande Pablo Larrain). Non capita spesso, purtroppo, che opere di autori meno conosciuti vengano distribuite in Italia, però. L’unica occasione in cui si può assistere alla proiezione di interessanti lungometraggi di cineasti da noi pressoché sconosciuti è proprio la realtà dei festival cinematografici. Interessanti sorprese, ad esempio, ci sono state presentate fin dagli anni scorsi al Torino Film Festival, in particolare nella sezione Onde, da sempre particolarmente attenta a lungometraggi dal taglio sperimentale. E le cose, fortunatamente, non sono cambiate nel corso degli anni. Ha fatto la sua apparizione alla 35° edizione del Torino Film Festival, infatti, l’interessante La madre, el hijo y la abuela, del giovane cineasta cileno Benjamin Brunet, il quale, optando per la realizzazione di un lungometraggio a soggetto dai toni a tratti documentaristici, senza dimenticare l’elemento metacinematografico, ha dato vita ad un prodotto delicato e toccante, stratificato e ricco di rimandi alle tradizioni popolari ed alla religione che, se apparentemente spiazza per la sua forma estremamente semplice e priva di ogni qualsivoglia virtuosismo registico, si rivela, in realtà, ben più complesso di quanto inizialmente possa sembrare.
È la storia, questa, del giovane Cristobal, fotografo e regista indipendente che, dopo aver scoperto di essere stato adottato, torna nel suo paesino natale, al fine di realizzare un documentario sulle sue origini e scoprire ulteriori dettagli riguardanti il suo passato. Qui il ragazzo si imbatte in Ana, donna di mezza età che vive con l’anziana madre Maria, malata di stomaco. La donna, sentendo la mancanza del figlio Gonzalo che da anni non va più a trovarla, decide di ospitare Cristobal in casa propria. In pochi giorni, tra i tre si creerà un forte legame, quasi come se il giovane fosse davvero un membro della famiglia.
Tre capitoli, tre personaggi principali, la realtà che piano piano si fa cinema. E poi il sogno, il quotidiano, le festività religiose, la pioggia che cade a dirotto, il coniglio pasquale che, protagonista di scene oniriche, si fa simbolo di morte e risurrezione. Il tutto avviene sotto gli occhi della telecamera di Cristobal, pronta a registrare ogni momento ed a rendere immortale chiunque venga immortalato dal suo obiettivo.
Il tempo, analogamente, diventa elemento centrale dell’intera opera: un tempo che scorre via impietoso, che nessuno può fermare. O forse no? Non è compito della fotografia e del cinema quello di arrestare il tempo?
Come già accennato, non vi è spazio, in questa opera di Brunet, per inutili virtuosismi registici. I punti macchina sono ridotti al minimo, la telecamera viene adoperata sempre a mano, in modo da darci l’impressione di fare noi stessi parte dell’ambiente mostratoci. Tutto molto semplice, eppure, appunto, studiato nel dettaglio.
In poche parole, un piccolo gioiello della cinematografia sudamericana. Un’opera che probabilmente da noi non verrà mai apprezzata come merita, ma la cui visione si rivela un’esperienza visiva che di certo non può lasciare indifferenti.

Marina Pavido

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