La leggenda di Bob Wind

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Il teatro senza il teatro

Il merito di Dario Migianu Baldi e del suo ultimo film dal titolo La leggenda di Bob Wind, nelle sale a partire dal 10 novembre con le trenta copie messe a disposizione da Mariposa Cinematografica, è quello di avere raccontato la vita e il lavoro di una figura che, a suo modo e con grande caparbietà, negli anni Settanta ha gettato le basi di una piccola rivoluzione culturale e sociale che in molti sembrano ancora non aver dimenticato. Quell’uomo è Roberto Cimetta, tra i registi teatrali italiani di avanguardia e sperimentazione più geniali e al contempo meno noti del nostro Paese. Morto nel 1988 a soli 39 anni ha collaborato con Luca Ronconi, Roberto Benigni, Lucia Poli, Roberto Citran e ha ispirato profondamente una generazione di artisti,   passando attraverso un modo di concepire e fare teatro (e non solo) in tutto e per tutto popolare, ma non nel senso commerciale del termine. L’accezione nel suo caso è assolutamente nobile, con il portare letteralmente la gente sul palcoscenico, trasformando gli spettatori stessi in protagonisti della messinscena di turno, il più delle volte allestita al di fuori dai teatri canonici per trovare spazio nelle piazze, nei vicoli e nei giardini. Insomma, un teatro libero, che per sua stessa natura preferiva la partecipazione attiva del pubblico e i grandi spazi aperti. In poche parole, un teatro senza il teatro.
A Baldi, dunque, va un sentito ringraziamento per avere deciso di rendergli omaggio con un film che, per quanto ci riguarda, rappresenta al contempo un’occasione per ricordarlo a chi ne ha memoria e conoscenza, ma anche per farlo scoprire a tutti coloro che non  hanno avuto la possibilità di incontrare lui e la sua arte. Per raggiungere entrambi gli scopi, l’autore sceglie di realizzare un’opera di finzione piuttosto che un documentario, per cui il biopic che ne scaturisce si avvale per forza di cose di quella dose di romanzato necessaria alla costruzione dell’architettura drammaturgica e narrativa, ma anche degli strumenti e dei linguaggi che lo alimentano. Tra questi c’è ovviamente il ricorso ad attori, con Corrado Fortuna chiamato a interpretare il ruolo di Cimetta, un personaggio non semplice da gestire, ma che l’artista siculo riesce a ricoprire con molta partecipazione e controllo. In tal senso, la responsabilità per l’attore era ancora maggiore, poiché la figura in questione è realmente esistita, così come le altre che si materializzano sullo schermo nell’arco della timeline (amici, parenti, conoscenti e collaboratori). Tutte eccetto una. Ed è a questo personaggio, che nasce dall’immaginazione del regista e dei co-sceneggiatori, che è affidato il timone di uno dei due piani temporali lungo i quali si dirama il racconto.
Il suo nome è Anna, interpretata sullo schermo da Lavinia Longhi, una giornalista italo-francese di successo che decide di mettersi sulle tracce di una storia che potrebbe far luce sul suo passato. Arrivata dalla Francia in Italia, cerca di scoprire chi era Roberto Cimetta. Inizia così un percorso graduale di disvelamento che la porterà sulle tracce del figlio di Roberto per scoprire, come in un puzzle, pezzi di verità che daranno senso alla sua storia. Quella di Anna è una vera e propria indagine, che si trasforma in viaggio fisico ed emozionale che intreccia in maniera indissolubile il presente con il passato, come in un mosaico che lentamente prende forma e identità davanti agli occhi della co-protagonista e degli spettatori. Ne viene fuori una sottile linea mistery che va di pari passo con quella biografica, concepita da coloro che firmano lo script per alimentare e creare un ulteriore motivo di interesse nei confronti della fruizione e del personaggio di Cimetta.
Purtroppo, però, la costruzione di questo ulteriore piano narrativo non sortisce gli esiti sperati, anche perché, oltre ad essere una soluzione drammaturgica assai abusata in tantissime altre operazioni analoghe, provoca in più di un’occasione dei punti di rottura per quanto concerne la linearità e la chiarezza del racconto. Su La leggenda di Bob Wind pesa un eccesso di stratificazione e un’eccessiva frammentazione, che impediscono al racconto di scivolare fluidamente verso un epilogo che tenta di rimettere ordine nelle cose e nei fatti, ma quando oramai i suddetti pesi hanno indebolito la scrittura e le one line dei due personaggi chiave.

Francesco Del Grosso

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