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La casa – Il risveglio del male

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VOTO: 6.5

Necronomicon in The Hole

Sarà probabilmente a causa dei tristi tempi che ci vediamo costretti a vivere, ma appare evidente come in questo La casa – Il risveglio del male risulti in contumacia uno degli elementi che maggiormente caratterizzava la trilogia classica, ovvero l’ironia. Presente invece in maniera più sotterranea nel primo capitolo (La casa) datato 1981 nonché esplicitata nei due successivi (La Casa 2, 1987 e L’armata delle tenebre, 1992) magicamente contaminati da generi sulla carta molto distanti dal puro horror. Niente più geniali derive cartoonesche oppure licenze poetiche “western” allora; pur mantenendo prevedibilmente citazioni e strizzatine d’occhio ai fan della saga il regista e sceneggiatore Lee Cronin decide per la classica “tabula rasa”, spostando l’azione in un contesto urbano e cancellando qualsivoglia tentazione di risata dal volto dello spettatore 2.2.
Oggetto del discorso diviene allora la famiglia. Una famiglia già abbastanza problematica in tutti i suoi componenti e destinata a vedere la propria condizione decisamente peggiorare a seguito del ritrovamento del leggendario Necronomicon ex mortis, libro d’ispirazione lovecraftiana e qui unico trait d’union con i capitoli precedenti.
Ellie, fresca di separazione, vive con suoi tre figli in un appartamento situato in un fatiscente palazzo di Los Angeles in attesa di prossima demolizione. Ivi viene raggiunta dalla scapestrata Beth, in cerca di utili consigli da parte della sorella maggiore a seguito di una gravidanza non esattamente pianificata. Una violenta scossa di terremoto aprirà una larga crepa nel garage della magione, che rivelerà nel sottosuolo un quasi perfetto nascondiglio per il libro maledetto, lì celato da una congrega religiosa come reminescenze carpenteriane vogliono (vedasi il cult Il signore del male, 1987). L’incoscienza ed il desiderio di procacciarsi qualche soldino facile per una famiglia in evidenti difficoltà economiche porta l’unico figlio maschio ad appropriarsi del famigerato testo rilegato in pelle umana, e con esso alcuni dischi in vinile in cui sono incise le parole contenute nel tomo. Una volta ascoltati il terribile Demone Kandariano avrà come ovvio campo libero per il ritorno.
Se le premesse narrative risultano vagamente pretestuose non c’è da preoccuparsi, dato che il cuore pulsante del film batte decisamente altrove. In primo luogo nel mettere di fronte, senza soverchie sottigliezze di sceneggiatura, due figure femminili ammantate, ognuna a proprio modo, di forza e carisma. La madre realizzata – ma con ospite indesiderato al proprio interno e perciò dai comportamente opposti a qualsivoglia istinto materno – e la madre in nuce. Ed i tre pargoli al centro della contesa, con (im)prevedibili sviluppi e colpi di scena.
Lee Cronin, dopo l’interessante ma non completamente riuscita opera prima dal titolo Hole – L’abisso (2019), conosce a menadito tutti i trucchi del mestiere, risultando perfettamente in grado di rendere claustrofobico un film in prevalenza girato tutto tra quattro mura, alla maniera del già menzionato nume John Carpenter. Il sangue scorre copioso, soprattutto nella parte finale del lungometraggio, rendendola più simile al mitico Braindead di Peter Jackson (in Italia conosciuto come Splatters – Gli Schizzacervelli, 1992) sia pur in buona parte epurato della componente parossistica. Gli appassionati del genere, insomma, non resteranno delusi, anche se i nomi di Sam Raimi e Bruce Campbell (rispettivamente regista e protagonista della trilogia d’antan) in produzione rischiano di essere il classico specchietto per allodole, trappola tesa per attirare i vecchi aficionados per un film che si rivela molto più adatto alle nuove generazioni. Essendo, al tirar delle somme e al netto delle varie citazioni (tra le quali l’immancabile richiamo a Shining fortemente superfluo), un oggetto cinematografico a se stante piuttosto che una diretta discendenza della nobile stirpe. Se i due Evil Dead e Army of Darkness alzavano l’asticella della sperimentazione, quest’ultimo Evil Dead Rise (come recita il titolo originale) gioca sul sicuro, lasciandosi ampiamente guardare ma senza suscitare meraviglia. Nonostante un insolito pessimismo di fondo, l’encomiabile assenza di jump scare e la presenza di effetti speciali certamente di primissimo livello.

Daniele De Angelis

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