Intervista a Ivano Marescotti

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Ivano Marescotti alla Festa del Cinema di Roma 2019

Il parco dell’Auditorium pullula di gente tra giovani, studenti, colleghi e semplici curiosi. In ogni angolo dell’area, tra le tante sale e salette presenti nel comprensorio, avviene una proiezione legata alle varie rassegne presenti alla Festa. Nella piccola saletta del Lazio Film Commission, il cortometraggio Il muro tra di noi, interpretato da Ivano Marescotti, riceve sentiti applausi. Al termine della visione, incontriamo a tu per tu lo stesso interprete per un’intervista.

D: Marescotti come si è trovato in questo ruolo di padre assente presente in questo corto?
Ivano Marescotti: E’ stata un’esperienza molto breve ma davvero intensa. Interpreto il ruolo di un padre vedovo, assente, incapace di comunicare e avere una relazione con i propri figli. La sua esistenza non è stata per nulla esemplare nei confronti dei suoi eredi e ciò gli viene fortemente rimproverato dal figlio nel corso del cortometraggio. Proprio il suo primo genito, lo rimprovera, oltre al fatto di non esser stato un buon padre, di essere sulla strada giusta per diventare esattamente come lui. Allo stesso tempo però, sul finale della proiezione, è il padre che rimprovera lui per non essere capace di mantenere gli affetti ripetendo i suoi stessi errori. I temi più forti all’interno di questo lavoro sono il forte senso di dispiacere vissuto da quest’uomo nel provare l’assenza della moglie deceduta e la lontananza del figlio da questo padre distrutto. Il muro invisibile costruito intorno a queste due figure, è il tema centrale di questo intenso cortometraggio a cui ho avuto il piacere di lavorare

D: Questa metafora del muro tra di voi crolla dopo una dura sfuriata del figlio nei confronti del padre Nella realtà però, spesso le sfuriate tendono a rafforzare questo muro e ad aumentare l’abisso di separazione tra gli affetti. Lei che pensiero ha riguardo questo argomento?
I.M.: Nel corto la sfuriata è il punto di arrivo. In questo caso l’uomo che interpreto è un vedovo che parla con un fiore che in teoria rappresenta sua moglie. Una sorta di autoanalisi interiore io la vedo. La distruzione di questo fiore rappresentativo, da parte del figlio, consiste nell’ultimissima possibilità che i due hanno per tornare a parlarsi. E quando finalmente i due si chiariscono e il muro crolla, a quel punto è il padre che lo manda via, invitandolo a tornare da quegli affetti che aveva perduto per non ripetere il suo stesso errore. In questo caso, la sfuriata funge da vero e proprio atto di cambiamento. Nella vita reale sinceramente non so come possa andare, però io dico sempre che comunque sfogandosi, anche verbalmente, contro qualcuno fa sempre bene. Certo mantenendo comunque toni e comportamenti accettabili, altrimenti sì; la situazione rischia di degenerare ulteriormente e divenire a quel punto irrecuperabile sotto il punto di vista emotivo.

D: Quanto ha inciso la sua esperienza teatrale nella preparazione per determinati ruoli?
I.M.: Ti dirò, l’esperienza teatrale non è molto incisiva quando si parla di cinema. Quando recito in film o serie tv, avendo uno spazio molto più ampio come set, mi sento molto più libero. A teatro non ci sono primi piani, si tratta più di un’esperienza che ha a che fare col corpo e con la voce. Certo ammetto che il teatro come esperienza di vita è stato molto determinante. Io ho iniziato a recitare quando avevo ormai 35 anni, e recitando sin da subito con una forte maturità scaturita dalle passate esperienze di vita, mi ha permesso di mettermi subito in mostra e di farmi passare subito alle esperienze cinematografiche. Quando faccio cinema tendo a scordarmi del teatro, e viceversa. Quando però faccio un’esperienza su un set cinematografico, mi rendo conto che la trafila teatrale passa completamente in secondo piano. Se invece mi ritrovo a fare teatro, dopo aver vissuto l’esperienza di tanti set, mi rendo conto che tendo sempre a ricercare quei movimenti e quelle gesta che avevo quando facevo il cinema. In sostanza il cinema mi aiuta per il teatro e non viceversa. Ed è abbastanza strano perché molti attori passati dal teatro al cinema, sostengono sempre che la loro esperienza teatrale sia stata determinante ai fini della loro formazione. Con me il cinema ha eradicato il passato teatrale.

D.: Lei ha più l’aspetto di un attore comico, eppure in questo caso ha recitato in un ruolo drammatico. Quale dei due generi preferisce recitare?
I.M.: In realtà io ho recitato più ruoli drammatici che comici. Però penso che la comicità ti dia più successo e notorietà rispetto al dramma. Una delle ultime commedie che ho fatto, che è “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino, è stata un successo incredibile. Non sono comico di mio, ma so esserlo in base alle situazioni che vengono realizzate per me sul set. Ritengo che il comico abbia una maggiore visibilità ma la mia indole di attore mi spinge ad essere più pratico in ruoli drammaturgici. Ovviamente non sarò mai tragico quanto possa esserlo nella vita reale. Ovvio che quando ci sono situazioni famigliari gravi che ti portano forte senso di sconforto, quella è una drammaticità che al cinema non potrebbe mai essere rappresentata. Io ho fatto molti più film drammatici che comici, penso che statisticamente possa dire che otto film su dieci hanno un tono pesante. La cosa buffa, è che con questi film non ho raggiunto il successo; l’ho raggiunto grazie alle commedie. Ancora oggi in televisione la sera, i film comici a cui ho partecipato hanno più probabilità di apparire in prima serata rispetto ai miei film più tosti che invece vengono proiettati a orari improponibili (le 2.00/3.00 di notte). Sandro Baldoni, Roberto Benigni, Checco Zalone; sono questi i registi che mi hanno dato più successo, e sono quelli che mi hanno offerto ruoli comici nei loro film. Sono stati loro che hanno tirato fuori il lato comico migliore di me.

D: Lei ha esordito con Silvio Soldini ne L’aria serena dell’ovest. Quanto è stato determinante per lei tale incontro e cosa ha significato per lei quel film?
I.M: E’ stato il mio esordio al cinema. La mia prima esperienza cinematografica in assoluto. Fu un bel film aggiungerei, che ebbe un ottimo debutto al cinema e un buon incasso al botteghino. Qui il successo è arrivato letteralmente grazie ai numeri. Se per esempio girando in tournee nei vari teatri metti insieme un pubblico di cinquantamila spettatori, con quel film ne avrò messi insieme almeno il doppio e semplicemente stando fermo su un set a fare quello che mi veniva chiesto senza ripetere le stesse cose ancora e ancora. L’aria serena dell’ovest è stato il mio trampolino di lancio, in seguito è arrivato tutto il resto. Silvio Soldini mi ha letteralmente cambiato le prospettive; gli sono infinitamente riconoscente.

D: Pupi Avati, Maurizio Nichetti e Carlo Mazzacurati sono alcuni dei grandi registi con cui ha avuto modo di lavorare. Aggiungo anche Ridley Scott e Anthony Minghella, che sono di caratura internazionale. Quali sono le peculiarità e le differenze dei due diversi sistemi di lavoro avendo avuto la possibilità di confrontarli entrambi?
I.M.: Ma a livello recitativo non cambia nulla. Sia negli Usa che qui in Italia la recitazione è allo stesso modo. Le differenze stanno nel diverso senso di responsabilità nei due modi di lavorare. Quello che in Italia fai con due giorni di riprese, lì ci mettono almeno una settimana per farlo. Hanno un senso di responsabilità molto più ampio rispetto a noi ed una maniacalità incredibile. Del resto è per questo che il cinema americano è diventato superiore a quello italiano. Sui set americani inoltre è importante saper parlare abbastanza bene la lingua (inglese). Io non spiccicavo una parola e quindi mi sono dovuto dar da fare per memorizzare le battute, recitarle con la giusta intensità e pronuncia, cercando anche di comunicare con la troupe. Fuori dai set americani ti dico che ci sono molto italo-americani, quindi la comunicazione non è mai stata così difficile per me. E comunque c’è anche l’immensa soddisfazione di aver avuto il privilegio di lavorare con gente del calibro di Matt Damon, Anthony Hopkins, Julienne Moore, Clive Owen e tanti altri. E’ stato un periodo molto gratificante a livello personale. In Italia però mi sento a casa. Un’altra differenza che mi viene in mente ora è che in Italia sui set si respira un’aria importante ma più leggera, in America si sente troppo il peso dell’industria delle grandi major e la presenza, anche sui set, è molto forte e costante.

D: Che progetti ha per il futuro?
I.M.: Presto tornerò a teatro con un lavoro dal titolo “Lo zio Checov” che sarà inscenato al teatro a Torino. So che sarà diretto da una giovane regista ungherese ma ora non ricordo il suo nome. Presto ci incontreremo per cominciare a discutere sul lavoro. E poi si sono diversi film che stanno via via nascendo ma su di loro preferisco mantenere un rigoroso silenzio di riservatezza anche perché sono piuttosto superstizioso e non vorrei che alla fine saltasse tutto (ride).

Stefano Beraldo

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