Installation City

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Forme d’arte contemporanee

Installation City, cortometraggio a carattere documentario selezionato alla settima edizione del Castiglioni Film Festival, offre al fruitore un’interessante prospettiva di come provare a fare Arte in questo momento particolarmente “critico” del ventunesimo secolo. Gli autori Songqiao Zhao (in duplice veste produttiva e introduttiva) e Wu Tong (regista) mettono in scena il processo artistico che caratterizza le opere del maestro Tan Xun, uno dei più famosi scultori cinesi contemporanei. E ciò che ne scaturisce è un quadro assieme drammatico eppure non privo di nuovi orizzonti. In un mondo che è ormai definibile come “successivo” sotto molteplici aspetti (post-industriale, post-architettonico, post-artistico in senso generale) l’unica possibilità è quella di ripartire dal basso. Portare cioè, come spiega chiaramente Tan Xun, l’elemento essenziale e primario ad una nuova dimensione di bellezza. In un mondo di rovine ogni componente che prima era qualcosa d’altro può fungere da materiale indispensabile a finalizzare nuove idee. Nel documentario Tan Xun porta ad esempio la pietra che un tempo costituiva una parte fondamentale di un costruzione ora diroccata. Quel frammento, in apparenza da considerare inutile e di scarto, può essere riutilizzato per creare qualcosa di assolutamente nuovo, un’opera artistica monumentale che ricordi ciò che siamo stati e forse potremmo essere.
L’Arte, quella autentica e oggettivamente indiscutibile che ha nobilitato secoli e secoli di storia dell’umanità, è in totale crisi. Prevale un vuoto che lascia spazio a qualsivoglia simulacro, spesso spacciato per istanza rivoluzionaria. Al contrario, come testimonia perfettamente il modus operandi di Tan Xun illustrato nel corso di Installation City, è necessario oggi più che mai fare tabula rasa e ripartire da zero, eliminando quelle scorie parassitarie che provano solamente ad imitare l’arte di un passato più o meno remoto.
Nel suo quarto d’ora scarso di durata, Installation City ci fornisce la visione di una Cina spettrale, dove l’elemento umano – e di conseguenza l’afflato artistico e umanista nel senso più largo del termine – è scivolato inesorabilmente in secondo piano. Un paese sterminato che diviene metafora di un mondo ormai privo di una bussola direzionale, come sta dimostrando al di là di qualsivoglia ragionevole dubbio una pandemia purtroppo partita proprio dalla Cina. Diviene così di primaria importanza rimettere l’essere umano al centro di ogni prospettiva. Allo scopo di recuperare quella voglia di sperimentare e mettersi in discussione da sempre prerogativa di ogni conquista, sia essa inerente al campo artistico oppure altro. Il grande merito di un documentario breve quale Installation City, realizzato con stile canonico e didattico nel senso migliore del termine, risiede proprio nell’aver riportato alla luce una verità che dovrebbe essere sempre presente nelle menti di tutti, troppo spesso ottenebrate da quel nulla che costantemente ci avvolge in questo presente informe.

Daniele De Angelis

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