Inland/Meseta

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Il pianeta Meseta

Meseta è situata nell’entroterra della Spagna, ed è lontanissima dal mare. Un enorme tavoliere la cui forma attuale venne scolpita dalle ere geologiche. Posta a oltre 600 metri dal livello del mare. La vediamo, quasi nella sua interezza, alla fine del documentario, dall’oblò di un aereo ormai ad alta quota. In pratica un ultimo appassionato saluto da parte del regista Juan Palacios, che per la durata della pellicola ha cercato di raccogliere in ogni fotogramma l’essenza di questo luogo particolare. La natura, gli abitanti e il clima sono i punti centrali di quest’opera, che vengono registrati per essere immortalati, perché tutto questo mondo sta scomparendo sempre più velocemente, come rileva uno degli abitanti del paesino ormai quasi disabitato. Juan Palacios non interviene – o per lo meno interferisce il meno possibile con la materia che vuole filmare – ma si mette dentro a questa realtà, filmando quello che succede nel quotidiano. Non è come il fotografo che, per scattare delle affascinanti foto, fa ripetere la scena.

Seguendo quanto appena stilato, si può comprendere che Inland/Meseta – opera in concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2019 – vuole essere un documentario d’osservazione, in cui l’obiettivo della videocamera raccoglie alcuni differenti fatti di vita che accadono in questo vasto piano per farli osservare anche a persone lontane da questo vasto creato. Tale idea documentaria, dopotutto, era nata con i fratelli Lumière, che con le loro vedute, realizzate da diversi operatori inviati per il globo, filmavano le lontane realtà quotidiane. Juan Palacios, giovane film-maker del Paese Basco nato nel 1986, però residente ad Amsterdam, è autore soprattutto di opere sperimentali, ma il suo interesse è mosso verso la natura e la cultura umana, e la stretta relazione che può crearsi. Meseta, con il suo linguaggio cinematografico semplice (andare sul luogo e filmare), vuole proprio immortalare questa natura (quieta, anche quando il tempo è perturbato) e gli “ultimi” abitanti che vi vivono, continuando con la loro cultura e le loro colture. Questo immenso altopiano, con i suoi differenti patrimoni di civiltà, lentamente sta svuotandosi. Nel documentario vediamo principalmente anziani, espressioni di un passato lontano ma ancora vivo e allegro: una coppia che setaccia i fagioli e commenta come le nuove tecnologie stanno facendo scomparire i vecchi modi agricoli; oppure i due fratelli che hanno formato un duo musicale, chiamato “Los españoles”, che esegue un paio di canzoni del passato composte da loro. Vediamo anche due sorelline, che giocano in mezzo alla natura, godendosi gli ultimi momenti della loro spensierata innocenza. Juan Palacios riprende tutto questo con tranquillità, seguendo quasi i ritmi dettati dalla vita a Meseta, e quasi volesse con questa semplicità registica realizzare un’egloga per immagini. Tale operazione ricorda le opere d’osservazione realizzate da Franco Piavoli (ad esempio Il pianeta azzurro, del 1982), ma lì il risultato era di altro livello. Meseta, benché pregevole nel suo intento di tramandare questo “pianeta”, si attesta purtroppo a un basso livello poetico.

Roberto Baldassarre

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