I’m in love with my car

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7.0 Awesome
  • voto 7

Baby, you can drive my car

Cosa sarebbe, oggi l’uomo senza la sua automobile? In che modo il mezzo di trasporto più amato dagli italiani (e non solo) ha influenzato la nostra vita? Ripercorrendo i momenti salienti dalla nascita delle auto, fino ai giorni nostri, i due documentaristi Michele Mellara ed Alessandro Rossi hanno dato vita a I’m in love with my car, proiettato in anteprima mondiale alla 13° edizione del Biografilm Festival, insieme ad altri precedenti lavori della coppia di cineasti: Fortezza bastiani (2002), Domà (2003) e La febbre del fare (2010).
Da che il nostro tanto amato mezzo è prepotentemente entrato a far parte delle nostre vite, non solo ha fortemente segnato queste ultime e l’immaginario collettivo, ma ha anche avuto importanti conseguenze sulla nostra stessa salute. Nello specifico, sui nostri cinque sensi. Ed ecco che questo ultimo lavoro di Mellara e Rossi si suddivide in altrettanti capitoli, al fine di illustrarci in che modo, realmente, la nostra vita è cambiata. Medici, sociologi, antropologi, ma anche ingegneri e famosi designers, dunque, ci aiuteranno a capire meglio la questione precedentemente sollevata, rivelandoci anche importanti informazioni riguardanti l’automobile stessa. Nulla di eccessivamente didascalico, però, a differenza di quanto possa inizialmente sembrare. A fare da contrappunto alle analisi presentateci, infatti, abbiamo tanto nostalgici quanto affascinanti filmati di repertorio e, non per ultimo, il punto di vista dei bambini, i quali, dopo aver realizzato un disegno della loro automobile dei sogni, illustrano davanti alla macchina da presa il loro immaginario fantastico ed il loro mondo ideale. Rigorosamente su quattro ruote.
E poi, apparentemente assente ma in realtà presente come non mai, c’è il Cinema. Il cinema in qualità di invenzione che, analogamente all’automobile, ha cambiato le nostre vite ed ha potentemente influenzato il nostro immaginario. Il cinema esaltato e denigrato più e più volte. Il cinema inventato da fratelli Lumière di fatto solo pochi mesi prima rispetto alla costruzione, da parte di Henry Ford, della prima automobile (o, sarebbe meglio dire, del primo quadriciclo). Il cinema che in questa sede – e meglio di chiunque altro – fa da testimone non solo di un’epoca, ma di un’intera società che, nel corso degli anni, è andata via via cambiando, fino ad arrivare ai giorni nostri. Due importanti simboli del nostro modo di essere, dunque, per altrettanti, sottilissimi, livelli narrativi.
Ed ecco che la settima arte stessa si diverte ad assumere le più disparate forme: da filmati di repertorio ad interviste, da piccoli stacchi di animazione a momenti in cui, tramite un gioco di split screen, ci appaiono tanti piccoli schermi, ognuno dei quali ci mostra contemporaneamente momenti passati e presenti.
Il risultato finale è un prodotto ricercato nel dettaglio e ben esplicativo, ma soprattutto una testimonianza nostalgica e, a tratti, contemplativa (basti pensare, ad esempio, al momento in cui ci viene mostrato un designer intento a creare un modellino di argilla di un’automobile) di qualcosa che è di diritto diventato, ormai, parte di noi e del nostro modo di essere. E che, nel bene o nel male, è destinato ad occupare uno spazio sempre più importante all’interno delle nostre stesse vite.

Marina Pavido

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