Il venerabile W.

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8.0 Awesome
  • voto 8

Contro i principi del Buddhismo

Da una religione come il Buddhismo – la quale ha teorizzato un modo di vivere ideale tramite un’esistenza pacifica, non violenta e libera da ogni qualsivoglia legame con i beni materiali – l’ultima cosa che ci si può aspettare sono proprio episodi di razzismo e di violenza. Stupisce non poco, dunque, quando, proprio all’interno della presente dottrina, possano nascere i più pericolosi modi di pensare e di agire. Questa paradossale situazione, tuttavia, si è verificata in Birmania, dove la controversa figura del “Venerabile Wirathu” – un monaco buddhista particolarmente venerato dal popolo – ha fondato il cosiddetto movimento 969, atto a perseguire una pericolosa islamofobia, all’interno di un paese in cui gli islamici non rappresentano che una piccola percentuale, a fronte del 90% dei buddhisti presenti.
Tale movimento, con tutte le naturali conseguenze del caso, viene preso in analisi dallo sguardo attento e onesto del documentarista Barbet Schroeder nel suo Il venerabile W., terzo capitolo della “Trilogia del Male”, realizzata interamente dallo stesso Schroeder e comprendente Il generale Idi Amin Dada (1974) e L’avvocato del terrore (2007).

Forte di un talento registico in grado di toccare, senza particolare retorica, le corde dello spettatore qualunque argomento si tratti, il regista si pone sin da subito in modo (apparentemente) non giudicante, evitando di esternare (esplicitamente) i pensieri personali e “limitandosi” a mostrarci i fatti così come sono, con tanto di interviste ai personaggi interessati (compreso Wirathu), grafici chiaramente esplicativi e, non per ultimi, filmati di repertorio che – fatta eccezione per un momento iniziale in cui vediamo la foto di un uomo tenere tra le mani il corpo senza vita di una bambina – via via che ci si avvicina al finale si fanno sempre più cruenti.
Al via, dunque, momenti in cui vediamo gruppi di buddhisti picchiare a sangue giovani musulmani, immagini di ragazza violentate e uccise e, cosa assai difficile da digerire, uomini in agonia, con parti del corpo ancora in fiamme, che vengono abbandonati a sé stessi, a lato delle strade.
Necessario ma mai gratuito, estremamente chiaro ma per nulla didascalico o retorico, Il venerabile W., data l’importanza e il peso del momento storico che stiamo vivendo (lo stesso Wirathu viene indicato come una sorta di Donald Trump orientale), si rivela ben presto un prodotto indispensabile, oltre che un lavoro dal pregiato valore artistico, che evita volutamente ogni superfluo virtuosismo, limitandosi a qualche sporadico ralenty nel momento in cui ci viene mostrata la tranquilla quotidianità birmana. Scopo principale di questa operazione (patrocinata, tra l’altro, anche da Amnesty International): quello di esortare la gente a riflettere, a porsi domande, a conoscere il più possibile la storia e i fatti, al fine di cadere nelle trappole di populisti privi di scrupoli, come il presente Wirathu. Una funzione della settima arte, questa, tra le più importanti a livello politico e sociale.

Marina Pavido

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