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Il Mohicano

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VOTO: 7

La leggenda dell’ultimo pastore

Prima dell’uscita nelle sale nostrane l’8 maggio con No.Mad Entertainment, Il Mohicano si è già presentato al pubblico italiano in più di un’occasione, ultima delle quali alla 73esima edizione del Trento Film Festival, laddove è stato proiettato dopo avere fatto tappa al Lido per l’anteprima mondiale nella sezione “Orizzonti” dell’81esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica e poi nella Città Eterna all’interno del programma di Rendez-Vous, la rassegna capitolina dedicata al cinema francese.
L’opera seconda di Frédéric Farrucci, al di là di quelli che sono i meriti rintracciabili durante la visione, ha potuto contare sulla performance in primis fisica di Alexis Manenti, che si era imposto all’attenzione delle platee e degli addetti ai lavori grazie all’interpretazione ne I miserabili, che gli è valso un meritatissimo César come miglior attore esordiente. Qui non è da meno, chiamato a indossare i panni altrettanto complessi e scomodi di Joseph, uno degli ultimi pastori di capre in attività sul litorale della Corsica, costretto suo malgrado a opporsi con tutte le forze alla minaccia della mafia locale che vuole acquistare la sua terra per realizzare un progetto immobiliare. Dopo aver involontariamente ucciso l’emissario mandato a intimidirlo, diventa il bersaglio mobile di una spietata caccia all’uomo che si svolge dalle estremità meridionali a quelle settentrionali dell’isola.
Racconto di resistenza tanto al potere dell’economia regolata dalla mafia, quanto all’inerzia dello stato di diritto, Il Mohicano ha dunque il baricentro narrativo e tematico nella resilienza, quella portata avanti da un uomo disposto a sacrificare la propria libertà pur di preservare i suoi ideali. Sacrificio che lo trasforma in una preda braccata perché dice di no alla speculazione, alla cementificazione delle coste e ai ricatti della criminalità organizzata. Il tutto però prestando moltissima attenzione a non romanticizzare, come spesso accade in opere e storie similari, la figura di quello che a sua volta, per il crimine commesso, è diventato un fuorilegge. La mente in tal senso torna a Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta. Il protagonista della pellicola del regista corso non agisce per coraggio o per prendere una posizione politica. Agisce per istinto di sopravvivenza, per dare al suo territorio e alla sua identità un po’ più di tempo. È l’ultimo dei Mohicani. In un mondo dominato dagli interessi economici, il suo destino è prevedibile: è destinato a scomparire e a essere rapidamente dimenticato. A meno che, naturalmente, la sua resistenza non lo trasformi in leggenda. Ed è quello che accade nel momento in cui la nipote Vannina (interpretata da Mara Taquin, già apprezzata in La Petite) inizia a supportarlo e a diffonderne le gesta, facendolo diventare il simbolo di una resistenza prima d’ora ritenuta impossibile nella zona.
A fare da cornice alla caccia, i paesaggi dell’Alta Rocca, dove la maestosità della Corsica del sud sembra inintegrabile rispetto ai resort, le spiagge per ricchi e gli stessi avamposti del potere mafioso inghiottiti dal verde della vegetazione. In questa terra piena di contrasti Farrucci affonda le radici di un neo-noir in ambientazione rurale e dal respiro western. Una combinazione che l’autore riesce a ottenere utilizzando i codici e gli stilemi dei suddetti generi, ma senza affondare nelle sabbie mobili degli stereotipi e i cliché.

Francesco Del Grosso

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