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Il Ministero dell’Amore

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VOTO: 7,5

Pif tra politica interiore e burocrazia dei sentimenti

Il duo formato da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo (nomi storici dietro l’universo di Boris), firma la regia de Il Ministero dell’Amore, un film che si ispira chiaramente all’opera d’animazione Disney Inside out, ma cala il protagonista Aldo, portato in scena da Pif, nel contesto tipicamente italiano della burocrazia parassitaria e dei palazzi del potere.

Al contrario di quanto accadeva nel lungometraggio d’oltreoceano, nella testa del protagonista non ci sono strambe ed emblematiche personificazioni colorate delle emozioni, ma una vera e propria maggioranza di governo. Trova così spazio un ramificato sistema di ministeri e correnti interne che si suddividono i compiti, senza mai fare reali progressi, riflettendo le medesime dinamiche tossiche che si ripresentano nella sua vita affettiva.
Questo aspetto evidenzia in maniera sottile il parallelismo tra la gestione della cosa pubblica e l’esistenza del singolo cittadino, destinate inesorabilmente a scontrarsi. I due registi rivelano come l’apparato che governa Aldo sia composto dalla peggior specie di burocrati incrostatisi sulle poltrone dell’anima.

Aldo è uno stimato cronista parlamentare abituato a muoversi nel marasma della politica romana. Il vero caos, tuttavia, deflagra quando viene lasciato dalla compagna Claudia (Alessandra Mastronardi). In quel momento, la sua mente si trasforma ossessivamente in una macchina statale: l’elaborazione del lutto sentimentale viene presa in carico da un governo interiore costituito da ministri dell’inconscio, e servizi segreti emotivi. Questi ultimi — come nella migliore tradizione — agiscono spinti da decisioni impulsive e personali, in perfetta sintonia con la confusione di Aldo, scatenando lotte di fazione e minacce di boicottaggio pronte a far cadere l’esecutivo.

Ogni singola azione diventa per Aldo motivo di paralisi: dallo svuotare un cassetto dell’ex o decidere di telefonarle, ogni gesto richiede passaggi in commissione parlamentare così estenuanti da vanificare qualsiasi tentativo di ripartenza. In questo disordine psicologico, Pif si rivela l’interprete ideale: riesce a tracciare la giusta linea di demarcazione tra la realtà esterna e i moti dell’anima, attingendo a uno stato di coscienza impacciato ma autentico, capace di far riaffiorare le sue insicurezze e spingerlo oltre la sua comfort zone.

Il Ministero dell’Amore, presentato nella sezione Grand Public della 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, rievoca anche le atmosfere dell’episodio Cosa succede durante l’eiaculazione?, celebre finale di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere di Woody Allen, in cui il corpo e la mente umana erano rappresentati come un centro di controllo popolato da tecnici e operatori che coordinavano reazioni fisiche e sentimentali.

Per l’occasione, ritorna l’universo di Boris: Pietro Sermonti veste i panni del Ministro dell’amore, mentre Corrado Guzzanti interpreta un istrionico Presidente del Consiglio dall’accento sardo, disposto a tutto pur di non cedere la poltrona. Sul fronte opposto risale il partito dei sensi di colpa guidato da uno sfigato leader che ha il volto di Carlo De Ruggieri, il cui personaggio richiama inevitabilmente la storica e sfortunata macchietta conosciuta proprio sul set di Boris. Menzione speciale per Angela Finocchiaro, capo di un’opposizione che, nell’incapacità di cogliere l’occasione per fare la differenza, mette a nudo l’arte tutta italiana del rimandare, del non scegliere e del sabotarsi da soli — attitudini che il protagonista incarna alla perfezione.

Nel panorama cinematografico italiano Il Ministero dell’Amore non reinventa nulla di nuovo — l’espediente di Inside out era già stato ripreso da Paolo Genovese in FolleMente —, ma Ciarrapico e Vendruscolo (autori anche della sceneggiatura) riescono a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Il risultato è una commedia brillante, divertente e mai banale, capace di bilanciare la satira politica con una vis comica raffinata e senza cali di tensione, valorizzata al meglio dall’ottimo montaggio di Clelio Benevento.

Fabrizio Battisti

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