Il peso della famiglia
Ben due cortometraggi italiani, all’interno del Concorso Europeo Cortometraggi del 24° Ravenna Nightmare Film Fest, concorso importante anche perché inserito nel circuito del Premio Méliès D’Argent. E nessuno dei due ha deluso le aspettative, sebbene premi e menzioni siano stati attribuiti ad altri lavori, invero assai meritevoli, di diversa provenienza. Al contrario una nota “disturbante” presente in entrambi i corti nostrani si è fatta parecchio apprezzare. Sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori.
In Zanzara di Alessio Hong quei ronzanti esserini che “allietano” le nostre serate estive, restando fastidiosamente vitali – almeno negli ultimi anni – anche “fuori stagione”, s’accaniscono contro la coppia protagonista al punto di trasformare una già persistente ossessione in raccapriccianti mutazioni corporee. Che ci sia stato anche La mosca di David Cronenberg tra i modelli cinematografici del giovane film-maker, che nel mentre ha esordito pure al lungometraggio?
Ancora più profondo e incisivo il ruolo del perturbante nel cortometraggio di Francesco Santoro, Grasso, che in forma epidermica potrebbe essere considerato un body horror, allorché ad essere chiamati in causa sono più che altro le derive più pericolose della psiche umana e il peso (quello, sì, insostenibile) di una famiglia disfunzionale sui soggetti più fragili.
Protagonisti del corto sono un padre (l’inquietante Samuele Ferri) ossessionato dall’aspetto fisico e dal giudizio degli altri, almeno in parte per i contraccolpi di qualche evento traumatico più o meno recente, ed un figlio alquanto intelligente e sensibile (Fabio, meravigliosamente impersonato da Damiano Spitaleri) il cui essere in sovrappeso da questione approcciabile con serenità in sede medica diventa, per le ingerenze paterne, una vera e propria via crucis. La tenera amicizia di una sua compagna di studi, quella Alice interpretata anch’essa con la giusta empatia da Gabriella Kracàtytsa, sembrerebbe recargli, a tratti, un po’ di sollievo. Ma quando la psicosi del padre degenera spingendosi oltre ogni logica umana, sarà una soluzione agghiacciante ed estrema a profilarsi per quel “problema”, aprendo le porte a uno scenario orripilante e al definitivo collasso del già malconcio nucleo famigliare…
Non è poi così comune veder trattato così, sul grande schermo, il rapporto tra il peso e i complessi che ne possono derivare, con manipolazioni esterne sempre in agguato. Restando in Italia il primo esempio che può venire in mente è Primo amore di Matteo Garrone. Ma in quello appena citato come in casi analoghi è quasi sempre la donna al centro di determinate attenzioni.
Coraggioso è stato invece Francesco Santoro, che nel lungometraggio aveva già esordito intorno al 2019 con Pratiche dall’altrove, a parafrasare simili relazioni tossiche, mettendo in scena con perizia un rapporto padre-figlio talmente distruttivo, turbato e spiazzante. I personaggi quindi ci sono. Ma da elogiare vi è anche un “setting” che, specie nell’ultimissima parte, riesce con pochi e semplici strumenti a evocare un dolore profondo. Letteralmente sottopelle.
Stefano Coccia









