Walkover

0
7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Sul ring della vita

Nella ricchissima trentanovesima edizione di Bergamo Film Meeting, conclusasi poche settimane fa, le retrospettive hanno occupato uno spazio decisamente importante, ancora una volta. E forse persino di più che nelle precedenti occasioni. Sia per la numericamente rilevante presenza di titoli nel palinsesto, sia per il valore degli autori ai quali si è reso omaggio.
Nel caso di Jerzy Skolimowski ci sarebbe poco altro da aggiungere, riguardo all’importanza del cineasta. Se non, magari, che qualche sporadica occasione come quelle offerte a Roma da CiakPolska, ci aveva permesso negli ultimi anni di riprendere confidenza con la primissima produzione dell’autore. (Ri)scoprendo, ad esempio, il destabilizzante Mani in alto! (Ręce do gory ), girato nel 1967 ma fatto circolare per motivi di censura solamente nel 1981.

Ebbene, proprio grazie al festival orobico abbiamo potuto ricollocare un’altra tessera assai significativa, nel puzzle di una carriera così tormentata, inquieta, raminga; e tale lo era, di sicuro, già negli anni in cui Skolimowski tentava di portare avanti in patria un’idea di cinema così acida, iconoclasta, fuori dagli schemi; sia che si voglia alludere agli schemi narrativi più tradizionali che a quegli schematismi ideologici, intrisi di grigio conformismo, che imperavano nella Polonia comunista.

In Walkover, la pellicola del 1965 cui si fa riferimento, toni sottilmente dissacranti si sposano a quel gusto anticonvenzionale e anarcoide della narrazione, per il quale il regista polacco si era voluto mettere totalmente in gioco. Figurando anche da interprete, tanto per dire. Ed è infatti lo stesso Skolimowski a impersonare il protagonista, Andrzej Leszczyc, trentenne che prova a guadagnarsi da vivere disputando incontri di pugilato in provincia, dopo essere stato espulso dall’Università.
Quasi superfluo sottolineare quanto di personale l’autore abbia proiettato su un simile personaggio, dal rapporto conflittuale con le istituzioni del proprio paese alla passione per il pugilato, di cui è stato realmente un praticante. Ad ogni modo, lo vediamo scendere dal treno e incontrare un’ex compagna di corso, Teresa, dalle idee alquanto in sintonia con quelle del Partito, sicché le si prospetta già una carriera in fabbrica da ingegnere; sarà lo spiantato e di gran lunga più critico Andrzej ad accompagnarla nel lungo giro che culminerà proprio in quel colloquio di lavoro, laddove però il robusto giovane finirà casualmente per incontrare, nella palestra attigua alla fabbrica, un suo vecchio allenatore di boxe intenzionato a farlo iscrivere al torneo programmato in serata.

Tutto narrativamente pare svolgersi a ritmo accelerato, avvolgente, frenetico, inseguendo oscure trame del destino, che alla fine rivelano sempre qualcosa di beffardo. Accanto ai dialoghi ruvidi, taglienti, imbevuti di spunti satirici rivolti all’ordinamento stantio del socialismo reale, è quindi la forma a trionfare: l’inquietudine profonda del protagonista, difatti, si rispecchia in uno stile di riprese convulso, dinamico all’inverosimile, che sembrerebbe guidato da una sorta di moto perpetuo e dal continuo irrompere in scena di elementi nuovi, che dal canto loro generano costanti motivi di tensione, ribaltamenti di prospettive, curiosità, vertigine e spaesamento. Fino a definire, per accumulo, un quadro di caos esistenziale, che neppure il sardonico epilogo riuscirà a dissipare.

Stefano Coccia

Leave A Reply

13 − 3 =