Magiche stonature
Il titolo di questo lungometraggio sloveno, roba da far invidia a Lina Wertmüller, pure nell’estemporanea traduzione italiana presente in catalogo strappa subito un sorriso: “Ida, così stonata che pure i morti si sono svegliati e insieme han fatto una cantata”. Il film in sé è poi delizioso. Tra le Wild Roses raccolte per questa 37esima edizione del Trieste Film Festival, Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up and Joined Her in Song (Ida, ki je pela tako grdo, da so še mrtvi vstali od mrtvih in zapeli z njo, 2025) si distingue all’interno del bouquet per la particolare “freschezza” del fiore in questione. Sia in merito alla giovanissima età dell’autrice Ester Ivakič, appena 33 anni, sia per la data di realizzazione dell’opera, che al Torino Film Festival 2025 ha ricevuto anche il Premio Speciale della Giuria.
Fiabesco coming of age, controcanto degli ultimi anni dell’ex Yugoslavia modellato su una piccola comunità rurale e su folgoranti momenti di “realismo magico”, il film della Ivakič ha per protagonista Ida, irrequieta bambina di dieci anni con una pretesa alquanto naïf, nonché primo segno di ribellione: pur stonata, vorrebbe a tutti i costi entrare nel coro della scuola. Nota a margine, scherzosamente si potrebbe anche dire che il coro stia diventando un “topos” del nuovo cinema sloveno, se si considera quale ruolo gli venga attribuito nel quasi coevo Little Trouble Girls, lungometraggio d’esordio di Urška Djukić. Ma in Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up and Joined Her in Song, come il kilometrico titolo in parte rivela, il canto è anche un ponte tra i mondi, tra quello dei vivi e quello dei morti. Perché ciò con cui la giovanissima protagonista si deve confrontare, nell’intenso e a tratti visionario racconto di informazione, è pure la difficile rielaborazione di piccoli, grandi traumi. Dalla crisi di coppia dei genitori alla possibile perdita di una persona di famiglia particolarmente cara, nella fattispecie la nonna.
Nonostante l’età non le abbia fatto vivere di persona quel periodo, Ester Ivakič è anche abile nel suggerire l’atmosfera che si poteva respirare in Yugoslavia nel periodo immediatamente precedente alla sua dissoluzione, attraverso scarni ma sapienti tocchi. In primo piano vi è quel clima conformista, grigio e più o meno velatamente repressivo, adombrato nella stessa istituzione scolastica. Dice molto, in tal senso, la scena in cui la maestra punisce in modo durissimo e sadico la compagna di classe e migliore amica di Ida, per la sua difficoltà a individuare la Sava o altri importanti fiumi yugoslavi sulla cartina geografica. Proprio il delicato, non sempre facile rapporto tra la protagonista e la sua amichetta del cuore rappresenta, inoltre, un chiaro esempio di come il film passi dall’essere ben collocato nello spazio e nel tempo, al saper esprimere concetti, valori universali. L’attenzione rivolta alla così peculiare ambientazione e lo storytelling che può far presa sempre e ovunque contribuiscono perciò in pari modo alla sua magia.
Stefano Coccia









