Home AltroCinema Documentari I Want It All. Hildegard Knef

I Want It All. Hildegard Knef

136
0
VOTO: 7

Dilemmi di un’artista di successo, nella Germania post-bellica

Presentato il 20 marzo 2026 al Cinema Quattro Fontane di Roma, nell’ambito del 6° Festival del Cinema Tedesco (e passato in precedenza anche al torinese SEEYOUSOUND), I Want It All. Hildegard Knef (Ich will alles. Hildegard Knef, 2025) di Luzia Schmid è un documentario piuttosto classico (ma con qualche eccentrica “apertura”) nella forma, sorprendente in ogni caso per la biografia di cui si fa carico.
Certo, non si può dire che in Italia, tra le grandi donne di spettacolo della Germania post-bellica, Hildegard Knef sia nota quanto le gemelle Kessler da poco scomparse (e che proprio da noi incontrarono il successo maggiore) o come l’affascinante Ute Lemper. Eppure, nelle molteplici vesti di attrice, cantante e scrittrice Hildegard Knef (nata a Ulm il 28 dicembre 1925, morta a Berlino il 1º febbraio 2002) ha rappresentato artisticamente e con le sue vicissitudini personali una pagina importante della cultura tedesca, incantando il pubblico col proprio talento, ma beneficiando anche dell’attenzione dei rotocalchi per certi risvolti tumultuosi della vita privata. Tra matrimoni che fecero epoca e mali devastanti cui sopravvisse a stento e col protrarsi di cure decisamente invasive.

La regista Luzia Schmid ci cala subito in medias res con lo spezzone di un’esibizione di Hildegard Knef, anzi, più in particolare con un frammento audiovisivo durante il quale l’artista discute coi colleghi di palco e coi tecnici su un problema coi microfoni, riguardante lo standard delle attrezzature, rivelandocene così il piglio severo, laborioso, meticoloso, attento ai dettagli. Atteggiamento che un giornalista suo connazionale, nel corso di un’intervista riproposta più avanti, definirà persino di stampo “prussiano”.
Nel prosieguo del film scopriamo un po’ alla volta le tappe della sua esistenza consacrata all’atto creativo e attraversata da molteplici drammi, sia personali che collettivi: dall’impatto terribile della Seconda Guerra Mondiale sulla sua vita da adolescente ai primi successi cinematografici in patria dopo la caduta del nazismo (laddove interpretò anche la prima pellicola del dopoguerra, Gli assassini sono tra noi, diretta nel 1946 da Wolfgang Staudte e presto divenuta un cult); dal frustrante tentativo di emergere a Hollywood al ritorno in una Germania dove la sua fama come cantante crebbe invece in misura esponenziale; dal connubio artistico e umano col secondo marito, l’attore britannico David Anthony Palastanga noto anche come David Cameron e trasformatosi poi in regista dei suoi spettacoli di maggior successo, fino alla scoperta della malattia; dal nuovo matrimonio con Paul Freiher von Schell (che le sarebbe poi rimasto accanto fino alla fine) al ruolo assai intenso che il grande Billy Wilder le assegnò in Fedora (1978).

Il documentario alterna prezioso materiale d’archivio e frammenti di interviste realizzate più di recente dalla regista stessa. Qui sta forse la scelta più personale di Luzia Schmid. Per una personalità del genere, che seppe entrare così in profondità nell’immaginario collettivo (vedi ad esempio l’eco dei suoi libri, di natura autobiografica), ci si poteva aspettare per esempio un maggior numero di testimonianze, che comprendesse pure qualche studioso, critico musicale o artista contemporaneo, stando a una tendenza abbastanza comune nell’attuale produzione documentaria. L’autrice ha scelto invece di restringere il campo alle figure a lei più vicine rimaste in vita, la figlia Christina Palastanga e il terzo marito Paul von Schell, limitando forse un po’ la contestualizzazione storica di tale personaggio ma restituendocene così un ritratto più intimo, più vibrante, finanche più sincero.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

11 + cinque =