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I Giacometti

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VOTO: 7

Una famiglia per l’arte

Nella variegata programmazione di Cinema Svizzero a Venezia i documentari sono spesso forieri di entusiasmanti scoperte. Programmato a Palazzo Trevisan degli Ulivi giovedì 13 marzo, alla presenza della regista Susanna Fanzun, I Giacometti ci ha permesso di rivivere capitoli tutt’altro che trascurabili di Storia dell’Arte Moderna assieme a esperienze di vita personali e famigliari di rara pregnanza emotiva. Tutto grazie a materiali d’archivio davvero preziosi e a brevi segmenti di fiction, tali da suggerire il particolare contesto ambientale e antropologico in cui simili parabole esistenziali ebbero modo di svilupparsi.
Pur nella sua impostazione tutto sommato classica, senza guizzi registici degni di nota, I Giacometti ha pertanto quel taglio “immersivo” che consente anche allo spettatore non necessariamente edotto sull’argomento di appassionarsi a una vicenda famigliare fuori dal comune. Per chi non lo sapesse, infatti, è un vero e proprio “clan” di artisti quello di cui si racconta la storia, legatissimo a un ambiente chiuso, appartato e rigido anche sotto il profilo climatico, come quello della Val Bregaglia in Svizzera, ma che nell’arco di due generazioni ha espresso talenti in grado di assicurarsi una fama mondiale. Il capostipite della dinastia nonché “patriarca” affezionatissimo a moglie e figli è stato Giovanni Giacometti (Borgonovo di Stampa, 7 marzo 1868 – Les Planches, 25 giugno 1933), pittore, di cui vengono rievocati nel film interessantissimi episodi biografici. Dalla formazione artistica condotta prima a Monaco di Baviera e poi in Francia (specie a Parigi, dove avvenne l’incontro col connazionale Cuno Amiet, assai presente nel racconto per via dei loro frequenti, intensi scambi epistolari) fino alla forte amicizia con Giovanni Segantini, pittore italiano Maestro del divisionismo, che scomparve purtroppo a soli 41 anni e per il quale è stata realizzata nel 2016 un’apprezzata docu-fiction, Segantini – Ritorno alla natura, diretta da Francesco Fei con protagonista Filippo Timi.

Legami forti con l’Italia e con la Francia li hanno comunque avuti in tanti, nella famiglia Giacometti. Del resto molto si parla nel documentario dei figli Alberto, Ottilia, Diego e Bruno, delle rispettive inclinazioni artistiche. Particolarmente interessante per il pubblico di Cinema Svizzero a Venezia è stato apprendere dei viaggi in Laguna di Giovanni col figlio Alberto, nonché scoprire che fu proprio l’altro figlio Bruno, divenuto architetto, a disegnare il padiglione Svizzero ai Giardini.
Dei quattro figli il più talentuoso è stato comunque Alberto Giacometti, interessatosi prima alla pittura e poi alla scultura, della quale è diventato col tempo un interprete originale, ispirato, prima molto vicino ai Surrealisti (notevoli del resto le sue frequentazioni parigine, incluso Sartre nel secondo Dopoguerra) e in grado poi di elaborare una cifra stilistica ancora più personale, fatta di forme allungate e sottili come pure di richiami all’arte primitiva o ad altre antiche culture, in primis quella egizia.
La storia dell’eccentrico atelier creato a Parigi col fratello Diego, con la sua avvincente aneddotica comprendente persino la temporanea presenza di una volpe addomesticata, rappresenta una piccola chicca, incastonata all’interno di una narrazione talmente ricca, nel complesso, da poter essere difficilmente riassunta.

Stefano Coccia

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