Segantini, ritorno alla natura

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  • voto 7

“L’amore è fonte di bellezza”

C’è voluto lo straordinario successo della mostra milanese a lui dedicata nel Settembre 2014 a Palazzo Reale, con oltre duecentomila visitatori nei quatto mesi di programmazione, per aprire una volta per tutte gli occhi sull’impressionante bellezza della sua opera, ma anche per abbattere definitivamente quel pregiudizio che lo dipingeva erroneamente come un “semplice” paesaggista. Niente di più sbagliato, poiché le sue doti e qualità pittoriche andavano ben oltre e la trionfale mostra meneghina lo ha ampiamente dimostrato.
E’ di Giovanni Segantini,  tra i massimi esponenti del divisionismo e del simbolismo ottocenteschi, che si sta parlando. A due anni circa da quella indimenticabile personale, Francesco Fei ha deciso di rendergli un ulteriore e meritato omaggio raccontandone la vita e la carriera artistica in un docu-film dal titolo Segantini, ritorno alla natura che, dopo l’anteprima bolognese al Biografilm Festival 2016, dove si è aggiudicato il premio del pubblico, approda nelle sale italiane nella due giorni evento voluta da Nexo Digital, il 17 e 18 gennaio 2017.
Il regista toscano porta sullo schermo un biopic che ne ripercorre cronologicamente l’esistenza dalla nascita sino alla morte, alternando la sfera privata a quella pubblica. Pubblica si  fa per dire, perché coloro che ne conoscono la storia sapranno benissimo del carattere eccentrico, solitario, selvaggio e irruento (che gli è valso il soprannome di “orso di montagna”) che lo ha contraddistinto nella vita quanto nel percorso lavorativo, nel quale ha sempre preferito la libertà all’aderenza a qualsiasi tipo di corporazione pittorica. Fei firma un progetto che, ovviamente, ha in una platea di addetti ai lavori o appassionati d’Arte il principale referente. Negli ottanta minuti a disposizione della pellicola è possibile esplorare gran parte dell’opera omnia del pittore, le sue cifre stilistiche, i soggetti privilegiati (in primis la natura e l’uomo), le fonti d’ispirazione e le tematiche a lui care, attraverso panoramiche che entrano, scorrono e sfiorano le tele dei suoi paesaggi e ritratti più celebri. Ma nel racconto filmico c’è ampio spazio anche per il Segantini uomo, per la sua parabola esistenziale, le sue origini povere, gli affetti, l’amore per la sua Bice, la spiritualità e il rapporto con i luoghi che lo hanno ospitato; lui che fino alla fine dei suoi giorni è stato un apolide. L’essere stato costretto a vivere lontano dalla sua terra natia, ossia Arco in Trentino, allora territorio irredento, senza documenti e cittadinanza, lo ha spinto al nomadismo. E proprio questa sua condizione ha spinto Fei verso un vero e proprio viaggio a tappe, proprio in quei luoghi che hanno fatto da cornice all’esistenza del pittore. Ed è lì che l’autore del documentario torna fisicamente ed emotivamente con la macchina da presa per ritrovare le tracce visibili e invisibili del passaggio e delle soste di Segantini, riallacciando così fili del passato con quelli del presente.
Il tutto fa di Segantini, ritorno alla natura un ritratto a 360°, che rende possibile un approccio alla materia anche a coloro che del protagonista in questione non hanno alcun precedente. Proprio in virtù di questo, la fruibilità dell’operazione si estende anche a una platea più generalista. Di conseguenza, il valore dell’operazione è duplice: di scoperta e di rivalutazione. Un simile modus operandi estende gli orizzonti distributivi del docu-film, sottraendolo in parte alle sabbie mobili della nicchia o del prodotto adatto ai soli esperti del settore. Ciò non significa che la sua sia un’anima commerciale, ma è indubbio che sia le vicende romanzesche del personaggio, che la scelta di non focalizzare il plot interamente sulla componente artistica, faciliti la veicolazione dell’opera. E questo è un merito che va riconosciuto all’autore e ai suoi collaboratori.
Per dare forma e sostanza alla sua ultima fatica registica, Fei mescola senza soluzione di continuità documentario e fiction. I due linguaggi entrano in contatto in maniera armoniosa ed equilibrata, senza generare alcun conflitto intestino e soprattutto alimentandosi a vicenda, interagendo oppure passandosi reciprocamente il testimone sulla timeline. Merito della pacifica e fruttuosa coesistenza è in primis della scrittura a tavolino dello stesso Fei con Federica Masin e Roberta Bonazza, che ha permesso all’architettura narrativa di creare una sorta di mosaico composto da segmenti di finzione e altrettanti dal Dna documentaristico. Nel primo caso è Filippo Timi a calarsi di volta in volta nei panni del Segantini adulto, nelle diverse stagioni della sua esistenza, spentasi all’età di 41 anni. Il lavoro dietro e davanti la macchina da presa, rispettivamente di Fei e Timi, denota una certa cura nel dettaglio nella messa in quadro e della composizione da una parte, dell’interpretazione di una figura complessa e sfuggente come quella di Segantini. Ciò che si può rimproverare alle ricostruzioni di fiction semmai è una piccola dose di didascalismo dovuta, probabilmente, alla necessità in fase di scrittura di andare a colmare quei vuoti nati dall’assenza dei materiale d’archivio, dei segmenti documentaristici e dei brani delle interviste.

Francesco Del Grosso

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