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Gelateria

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VOTO: 7

La ricerca dell’essenza

Sin dai primi vagiti, la mission di Cineclandestino è stata quella di andare a scavare sotto la superficie luccicante del mainstream per esplorare lo sterminato e variegato sottobosco della cinematografia nazionale e internazionale indipendente, al fine di scovare e portare alla vostra attenzione quelle opere cosiddette “invisibili” che fanno fatica a trovare spazio nei circuiti ufficiali. Il più delle volte tali produzioni “esistono” e trovano spazio nei programmi festivalieri, oppure grazie a distribuzioni alternative o al di fuori dei radar. Ed è proprio lì che siamo soliti indirizzare le ricerche o raccogliere le preziose segnalazioni da parte degli addetti ai lavori e di quegli autori che sono alla ricerca di occasioni virtuali di analisi e confronto, oltre che di visibilità. È il caso di Gelateria, l’esordio sulla medio-lunga distanza di Christian Serritiello e Arthur Patching, presentato in anteprima mondiale in quel di San Pietroburgo al Kinolikbez International Film Festival 2019 (dove ha vinto il Grand Prix per ilMiglior film) per poi approdare nella selezione ufficiale del 73° Festival del cinema di Salerno.
Covid-19 permettendo, per il film sono previsti nuovi appuntamenti festivalieri nel 2020, tra cui quello di Ottobre alla Mostra Internazionale del Cinema di Genova, ma nel frattempo abbiamo colto l’occasione per recuperarlo grazie a una delle tante missive che quotidianamente giungono ai nostri recapiti. Con sorpresa ci siamo trovati al cospetto di una pellicola che non guarda ostinatamente ai modelli del presente, né tantomeno a quelli avveniristici del futuro, bensì al passato, per la precisione a un modo di fare e concepire la Settima Arte che trovò terreno fertile tra gli anni Cinquanta e Settanta. Stiamo parlando del Free Cinema britannico, al quale gli autori si rifanno per partorire un UFO audiovisivo, girato sull’asse Germania, Inghilterra e Polonia con un cast internazionale, che coraggiosamente viaggia in direzione opposta e contraria al vento dal quale molte opere prime realizzate in “embedded” o in “comfort zone” sono solite farsi trascinare.
Salvo i fasti di quel periodo e rarissime esperienze successive, puntare sull’assurdo, sul grottesco o sul surreale è sempre stato come muoversi su un terreno minato per via di logiche di mercato e forma mentis che non vedevano di buon occhio quel modo di fare cinema. Il merito di Serritiello e Patching sta proprio nell’averci creduto quel tanto da spingerli ad attraversare ancora una volta quel campo minato. Il problema sta proprio nell’incapacità e nella volontà da parte del mercato o del circuito ufficiale di accoglierlo, ma questo è un problema atavico che riguarda il cinema “altro” e indipendente in generale, non solo il film in questione. Per cui consci delle difficoltà che certi progetti devono affrontare, per quanto ci riguarda è inutile prolungarsi ulteriormente.
Detto questo, Gelateria asseconda in tutto e per tutto il modus operandi della sua fonte d’ispirazione, tanto nell’approccio narrativo e drammaturgico quanto nella resa formale della cifra stilistica della messa in quadro. Ne scaturisce un’opera fortemente e volutamente derivativa, geneticamente destrutturata drammaturgicamente, trans-genere nel DNA ed ellittica nella progressione del racconto. L’assurdo regna sovrano, spingendosi oltre sino alla soglia della parodia, con un plot che si scompone in diversi episodi collegati tra loro che prendono il via in un inverno come tanti, in un villaggio costiero inglese, dove un giovane grida verso il mare. Le sue parole sono inutili perché non ha voce. Ma ci pensa proprio il film a dare forma al suo potente silenzio attraverso un pasto di cinque portate inclusi aperitivo e dolci. Zbigniew è su un treno verso Zurigo accompagnato dalla sua compagna che non ama e sa di non avere altra scelta che saltare giù alla prossima fermata. Spera che questa azione così insolita per lui possa cambiare il corso della sua vita. Inizia così un viaggio in cui si confronterà con il suo torbido passato e porterà a compimento le sue ossessioni artistiche e psicologiche lungamente trattenute. Tuttavia il mondo che si trova ad attraversare ha in serbo per lui altre cose. Borghesi bohémien minacciosi che ringhiano, performance artists che sparano con pistole vere, uomini in gabbia che parlano solamente il linguaggio degli uccelli e una cittadinanza timorosa, tutti ostacoleranno il ritrovamento della sua vera essenza.
Ciò ne fa una sorta di road-movie fisico ed emozionale che fugge dal realismo per rifugiarsi nell’irreale per scovare tracce di normalità e il senso di una vita. Per farlo, il protagonista rompe gli schemi, va alla ricerca di se stesso, entrando in contatto con un valzer di esistenze stravaganti e maldestre che lo metteranno a dura prova. Il tutto sotto l’occhio di una macchina da presa che lo pedina in ogni dove, restituendo le (dis)avventure del protagonista e di chi vi entra in contattato con una resa fotografica granulosa nella pasta e desaturata nella scelta cromatica.

Francesco Del Grosso

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