Garuda Power: The Spirit Within

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Indonesia: alla ricerca dell’action perduto

Tutto ciò che avreste voluto sapere sull’action indonesiano ma non avete mai osato chiedere. Si potrebbe anche descrivere così, trafugando un concetto di “alleniana” memoria, lo straordinario lavoro di ricerca da noi riscontrato nel documentario Garuda Power: the Spirit Within. Due parole le vorremmo spendere intanto sull’autore. Pare che Bastian Meiresonne, giovane cineasta transalpino nelle cui stesse origini vi è un tocco di internazionalità (risulta infatti nato in Germania da genitori fiamminghi), si sia dedicato con profitto in questi anni allo studio delle cinematografie orientali, collaborando con svariate riviste e arrivando anche a pubblicare una monografia sul grande regista giapponese Shohei Imamura. Ed è lui stesso che ha voluto regalare al pubblico del Far East Film Festival edizione 2015, con garbata ironia, un simpatico aneddoto riguardante il suo amore di antica data per la kermesse friulana; Bastian ci ha tenuto insomma a ricordare il periodo in cui animato da grande fervore venne per la prima volta al festival, dalla Francia, facendosi conquistare dalla vivace atmosfera e cominciando anche a chiedersi cosa avrebbe potuto fare, un giorno, per passare dalle poltroncine degli spettatori al palco sul quale attori, produttori e cineasti introducono i propri lavori. Artisti perlopiù orientali, tra l’altro, sicché non vi erano in partenza circostanze tali da far prefigurare la presenza, tra gli ospiti, di  un europeo come lui. Ebbene, per il francese quel sogno che all’inizio poteva apparire improbabile si è infine realizzato. Ed è stato sufficiente, per così dire, esordire nel lungometraggio con un documentario dal soggetto indubbiamente accattivante: la storia degli “action movies” indonesiani, ricostruita in pratica dalle origini fino ai giorni nostri.

Se ci si ferma anche soltanto a considerare la mole della ricerca, le difficoltà incontrate nel reperire e contestualizzare le pellicole più datate, l’onere di dover poi selezionare un numero limitato di scene dall’ampio materiale raccolto, quello cui si è dedicato Bastian Meiresonne appare comunque un lavorone. Ma non è soltanto la qualità della ricerca a determinare l’interesse e la riuscita complessiva del film. Di seducente in Garuda Power: the Spirit Within vi è pure la cornice, molto ben studiata, in cui risulta incastonato un percorso cronologico che non si limita a esporre le tappe salienti di una così ricca e variegata produzione di genere, ma lo fa giocando a 360° con l’immaginario cinematografico di riferimento. Le interviste ai grandi personaggi del cinema d’azione di una volta o ai loro eredi attuali si giovano, infatti, di un’attenta ricognizione spaziale che pone in risalto le sale cinematografiche abbandonate e in rovina (elemento iconico di grande pregnanza, nell’alludere alla crisi devastante sperimentata dall’industria cinematografica indonesiana durante gli anni ’90), gli ambienti un po’ appartati della cineteca privata attiva a Giakarta, quegli spazi naturali che riecheggiano le ambientazioni dei vecchi film con protagonisti eroi locali della tradizione e del fumetto, per approdare poi malinconicamente ai set delle più cialtronesche serie televisive d’azione realizzate oggi, dove la preziosa artigianalità di un tempo appare sostituita dai sintomi, anche produttivi, di una dilagante dozzinalità. Tali scenari si propongono di far risaltare ancora di più l’aura leggendaria di un cinema d’azione che, specialmente nella stagione d’oro rappresentata dagli anni ’70 e da parte del decennio successivo, offriva al pubblico indonesiano motivi di identificazione, elementi facilmente riconoscibili e intrattenimento allo stato puro.

Per lo spettatore di  Garuda Power: the Spirit Within, specie se proveniente da una differente realtà culturale, i motivi di curiosità sono quindi molteplici. Alcuni di questi coincidono ovviamente con la possibilità di indagare aspetti pressoché sconosciuti di una produzione cinematografica i cui stilemi, per noi così esotici, talvolta persino ingenui ma dotati di una certa inventiva, avevano tutti i requisiti per far breccia nella sensibilità del pubblico indonesiano. Si passa pertanto dal ricordo più frammentario (e meno presente nella memoria collettiva) dei film di arti marziali realizzati prima della Seconda Guerra Mondiale con capitali cinesi e olandesi, fino all’irripetibile stagione degli anni ’70, in cui i muscolosi eroi popolari interpretati da Barry Prima e da altre star locali si trovavano al centro di immaginifici plot, dove coi più pittoreschi effetti speciali ci si sforzava di rappresentare arti magiche, tecniche segrete, corpi smembrati che si riassemblano misteriosamente e altre ardite commistioni tra fantasy e film d’azione. Il tutto procede speditamente seppur con qualche opportuno approfondimento, nel documentario, fino a sondare il terreno che ha portato alla realizzazione di The Raid e di altri recenti blockbuster, dal cui successo internazionale si è risvegliato un discreto interesse verso il mondo dell’action indonesiano; senza però che questa parziale rinascita riesca a incidere più di tanto, in un panorama produttivo che privilegia oggi altri generi e non sembra possedere le carte giuste per resuscitare un filone, quello action, che in altre parti del mondo può contare su ben altri budget e soluzioni tecniche adeguate.

Stefano Coccia

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