Framed

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Il bello (o forse il brutto) della diretta

Era bastato un trailer, visto poco prima che la kermesse festivaliera prendesse il via, per convincerci che il lungometraggio iberico in concorso fosse una bomba, e che potesse pertanto rientrare tra le rivelazioni di questa 38esima edizione del Fantafestival. Fa fede del resto il nostro articolo di presentazione della rassegna, pubblicato in tempi non sospetti. E una volta tanto è davvero confortante non esser stati smentiti dai fatti…
Si da infatti il caso che la giuria di esperti del settore composta dal regista Claudio Lattanzi, dalla giornalista Daniela Catelli e dal regista e attore Luca Vecchi di “The Pills”, chiamata a decretare i vincitori del Pipistrello d’oro, abbia scelto come Miglior Lungometraggio proprio l’horror dello spagnolo Marc Martínez Jordán, Framed, con una motivazione letta in sala che ci ha trovato in gran parte concordi. Se ci è concesso invece muovere una piccola critica agli organizzatori del festival, capaci per il resto di aggirare l’ormai cronica mancanza di finanziamenti mettendo su un’edizione memorabile, vi è semmai la scelta di programmare cotanto film a un orario domenicale improbabile, le 15.45, quando con la sua poetica scioccante e aggressiva poteva tranquillamente ambire alla prima serata, dopo un buon lancio. Come a dire che in sala a quell’ora non eravamo tantissimi, per usare un eufemismo, ma una proposta cinematografica così dirompente l’abbiamo comunque recepita e apprezzata.

Insomma, cosa c’è in Framed che ha colpito a tal punto sia noi che la giuria? Tanto, indubbiamente. A partire da quella accelerazione parossistica, nella rappresentazione della violenza, che ha senz’altro il suo epicentro tematico nel proliferare di nuovi mezzi di comunicazione e nel linguaggio dei social media. Sin dal grottesco, cruento prologo, la brutale eliminazione di alcuni soggetti viene ricollegata alla nascita di un’applicazione, Framed per l’appunto, il cui scopo di ottenere più visualizzazioni possibili sta portando in tutto il mondo a una competizione senza esclusione di colpi: ciascuno si sente legittimato a compiere le azioni più estreme, pur di ottenere un maggior numero di contatti. E così dal concepire gesti semplicemente insulsi, ridicoli, masochistici, come ad esempio ingerire le proprie feci, si è ben presto passati al farsi riprendere durante efferati omicidi. Tutto per avere quel “quarto d’ora di celebrità” teorizzato da Warhol, che uno dei personaggi principali arriva a citare esplicitamente, verso la fine.
Come si può vedere l’idea non è del tutto nuova: di thriller ed horror in cui gli aguzzini si lasciano fomentare dalle reazioni della rete, per le loro atrocità, se ne sono già visti a bizzeffe, negli ultimi tempi. Qui però il gioco è condotto tramite una escalation drammaturgica particolarmente feroce, non priva di venature surreali e beffarde, che non può certo lasciare indifferenti. A riprova poi del fatto che gli spagnoli, confermatisi in questi anni maestri del genere, sanno cogliere le tensioni dell’oggi ricollegandole con astuzia e indiscutibile perizia cinefila ai cult del passato. Già il fatto che il villain di turno sia fissato con l’Inno alla Gioia è chiara parafrasi della passione per “Ludovico Van” di Alex, indimenticabile protagonista di A Clockwork Orange.
Ma dal potenziale update kubrickiano l’iberico Marc Martínez Jordán non intende farsi fagocitare, tant’è che negli sviluppi di Framed si possono cogliere, in filigrana, riletture altrettanto veraci e sanguigne dei più disparati filoni del cinema di genere contemporaneo; dalle mattanze di Tobe Hooper in Non aprite quella porta all’approccio velatamente satirico e irriverente del connazionale Álex de la Iglesia, dalla home invasion ritualizzata e simbolica di Michael Haneke in Funny Games a quella resa con modalità non meno sconcertanti da un altro spagnolo, Miguel Ángel Vivas, nel suo Secuestrados. Il risultato è un cocktail esplosivo che ipnotizza lo sguardo attraverso l’ultra-violenza e l’iperbole visiva, lasciando però allo spettatore margini di riflessione non trascurabili. Quantomeno fino al forzatissimo epilogo, con quei minuti finali in ospedale che, complice l’ennesima e qui meno motivata trovata ad effetto, rischiano di ridimensionare la portata dello scoppiettante lungometraggio, riconducendone la morale a una visione più grossolana e ordinaria del genere. Proviamo pertanto ad espellere dalla memoria le ultime, banalissime scene, per conservare invece il ricordo di uno show grandguignolesco dalla crudezza tutt’altro che gratuita.

Stefano Coccia

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