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Fiore mio

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VOTO: 7

Con Cognetti alla scoperta del Monte Rosa

Come gli uccelli e il fumo
Tutto il tuo corpo è acceso di biancore
Splendono gli astri metallici e bianchi
Tutto si infrange e cade
Andrea Laszlo De Simone, “Fiore mio”

Sconfinato è l’amore per la montagna di Paolo Cognetti. Ed era perciò quasi destino che dalle innumerevoli esperienze in quota, dalla scrittura dei libri, dalle interviste sul piccolo schermo, tale amore si spostasse sempre più verso il cinema…
A volte questa passione è stata traslata direttamente dai suoi scritti e per mano di altri: vedi il caso fortunatissimo de Le otto montagne, film tratto da un suo romanzo, diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch e poi vincitore del Premio della Giuria a Cannes nel 2022, In oltre occasioni ci si era imbattuti in documentari firmati da altri ma con lui grande protagonista, vedi lo splendido Paolo Cognetti – Sogni di grande Nord del sodale Dario Acocella, il quale aveva filmato lo scrittore durante l’emozionante viaggio in compagnia dell’amico Nicola Magrin alla volta delle regioni fredde, partendo dalle Alpi e approdando poi in Alaska. Così da seguire le tracce del Christopher McCandless’ di Into the Wild.

Decisamente aria di casa, invece, per questo Fiore mio, primo film interamente scritto, diretto e interpretato da Paolo Cognetti. Quasi un suo “caro diario” del Monte Rosa. Sì, perché stavolta è proprio la montagna dove è cresciuto, l’epicentro narrativo di un lungometraggio volto a celebrare la bellezza della Natura, come anche la profondità delle relazioni umane.
A comporre una sorta di album dei ricordi in fieri sono difatti diverse figure a lui care, dall’inseparabile cane “scalatore” Laki fedele compagno di tante scarpinate all’amico d’infanzia Remigio, dalle donne dei rifugi alpini Corinne e Mia al prezioso direttore della fotografia Ruben Impens, da Marta altra amica d’infanzia capace di trasformare l’Orestes Huette nel primo e unico rifugio vegano delle Alpi fino all’irresistibile Sherpa nepalese Sete, quasi un “filosofo d’alta quota” ambientatosi molto bene in Italia dopo aver scalato per lavoro alcune delle principali vette himalayane.

L’eterogenea compagnia è un mosaico di storie, momenti introspettivi, volti sorridenti, volti pensierosi, che anima la conversazione in maniera mai banale e scalda il cuore dello spettatore dall’inizio alla fine. Tutto ciò, mentre Paolo Cognetti ci guida alla scoperta del Monte Rosa attraverso immagini meravigliose, dissertazioni sugli idiomi locali, contatti visivi con la fauna del posto (anche solo il rapace in surplace sul cielo delle Alpi è un’apparizione da mozzare il fiato) e scorci di quei ghiacciai, che lì come anche altrove si stano purtroppo riducendo drasticamente.
Da segnalare infine, tra coloro che potremmo definire metaforicamente “compagni di cordata”, il musicista Vasco Brondi, presente in scena e ancora più nella splendida colonna sonora, all’interno della quale un posto centrale l’occupa pure, ovviamente, quel brano sognante e intimista del cantautore Andrea Laszlo De Simone, “Fiore mio”, che ha dato anche il nome al documentario.

Stefano Coccia

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