England is Mine

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’alba di un mito

Dei personaggi pubblici di ieri e di oggi divenuti più o meno celebri a tutte le latitudini e il cui nome, per un motivo o per un altro, è stato iscritto sulle pagine di storia, il più delle volte si conoscono vita, morte e miracoli. Regola del gioco, questa, alla quale è impossibile sottrarsi, dovuta alla prolungata e inevitabile esposizione mediatica direttamente proporzionale alla popolarità raggiunta. Come tantissimi prima e dopo di lui ne sa qualcosa Steven Patrick Morrissey, celebre frontman e leader degli Smiths, una delle band inglesi più importanti degli anni Ottanta, rimasto sulla cresta dell’onda e nei pensieri delle orde di fan anche quando nel 1987, dopo la separazione del gruppo, avviò un’altrettanto fortunata carriera da solista durante la quale ha pubblicato diversi album, incrementando ulteriormente la propria celebrità a livello internazionale. Considerato tra i più importanti precursori e innovatori della musica indie e britpop, Morrissey è ritenuto uno dei più grandi parolieri della storia della musica britannica e i suoi testi sono divenuti oggetto di studio accademico. Nel 2007, il quotidiano inglese Daily Telegraph l’ha inserito nella classifica dei cento geni viventi e l’anno seguente è stato invece annoverato tra i cento grandi cantanti di tutti i tempi, in una classifica stilata dalla rivista Rolling Stone.
Insomma, davvero un curriculum di tutto rispetto, del quale moltissimi tra voi lettori saranno già a conoscenza. Ma chi fosse e cosa facesse il soggetto in questione prima della salita sull’Olimpo, probabilmente in pochi lo sanno veramente. A colmare il gap arriva come al solito la Settima Arte, in questo caso per mano di Mark Gill che, riavvolgendo le lancette dell’orologio, ci conduce all’alba di un mito alla scoperta della vita di Morrissey, soffermandosi proprio sulla sua adolescenza e sulla working class di Manchester di fine anni Settanta e inizi Ottanta. Il tutto sullo sfondo della gloriosa scena musicale dell’epoca. E su questo l’asso di tempo e sul relativo periodo esistenziale del protagonista si concentra l’opera prima del regista e sceneggiatore inglese, già autore del pluridecorato cortometraggio Voorman Problem.
L’esordio sulla lunga distanza di Gill è il classico biopic incentrato sull’artista di turno, qui parziale poiché focalizzato su una porzione ben precisa e non sull’intero percorso esistenziale. Palleggiando tra formazione musicale e letteraria nei club e nel quartier generale della sua cameretta, lavori di ripiego e parentesi domestiche con madre e sorella, England is Mine, presentato in concorso al SoundScreen Film Festival 2018, ci restituisce un ritratto inedito e ovviamente romanzato del Morrissey universalmente conosciuto, immerso nelle location e nelle atmosfere del periodo. Quest’ultime proiettate sullo schermo attraverso una messa in scena e una fotografia vintage, entrambe curate e attente ai dettagli nella corrispondenza storiografica tanto nelle scenografie quanto nel trucco e parrucco. Ne viene fuori un dipinto appena abbozzato nella prima parte, che cede poi il posto a pennellate narrative e drammaturgiche più decise e convincenti nella seconda, dove Gill e il suo interprete principale (un bravo Jack Lowden) trovano la giusta sintonia con la storia e con il personaggio rappresentato.

Francesco Del Grosso

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