El Radioaficionado

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Naufragar m’è dolce, in questo Golfo di Biscaglia

Scendono in fila gli invasori alieni
Ma se perdo le mie vite una ad una
Suonerete le campane registrate
Dagli altoparlanti delle vostre chiese.
Perché. vedi, io amo la radio e frequento le onde magnetiche
Lo so che c’é qualcuno come me sulla citizen band.
“Radioamatore”, Virginiana Miller

Quest’anno il TERZO PREMIO del Bergamo Film Meeting, 40° edizione, è andato a un lungometraggio da cui sembrano trapelare i tratti ruvidi e spigolosi della dei luoghi, della gente stessa, presso cui è stato girato. Terre basche che si affacciano malinconicamente sull’oceano. Arriva perciò dalla Spagna El Radioaficionado (titolo internazionale, The Radio Amateur), opera cinematografica datata 2021 e firmata da Iker Elorrieta, cineasta originario di Bilbao. Qualche pesantezza eccessiva, nel suo lavoro, ma nel complesso una buona mano dietro la macchina da presa abbinata alla capacità di tratteggiare personaggi non omologati, dal carattere a tratti urticante, per farla breve perfetti outsider.

Al centro dello scheletrico plot, fatto molto spesso di silenzi, frasi laconiche ed emozioni trattenute a stento, la figura goffa e ripiegata su se stessa di Nikolas, ragazzone affetto da autismo che dopo la morte della madre decide di affrontare un’avventura sulla carta più grande di lui. Tra la passione per le onde radio e quel lavoro presso un autolavaggio temporaneamente abbandonato, il tragitto di un Nikolas in fuga verso il proprio passato, verso un punto di riferimento paterno venuto meno anni prima, porterà in mare aperto; passando prima, però, per l’incontro con Ane, amica d’infanzia con la quale aveva avuto un rapporto non facile, e con altri stralunati personaggi.
Il Golfo di Biscaglia sullo sfondo. Alcune immagini serali o notturne decisamente evocative. Riprese in acqua che aggiungono pathos alla narrazione. In più la capacità di trasferire il disagio dei personaggi principali, ben reso empaticamente dagli interpreti, in qualche piano sequenza che nella durata finisce per amplificarne il senso di spaesamento, l’impressione di non trovarsi nel posto – o al momento – giusto, il più idoneo cioè a riprendere in mano le redini della propria vita.
L’approccio registico di Iker Elorrieta è insomma piuttosto maturo, spiace soltanto che in alcuni momenti chiave del racconto voglia affidarsi troppo ai sottintesi, al non detto, facendo emergere a volte il sospetto che un esagerato ermetismo non giovi fino in fondo alla costruzione dei personaggi. Tale sensazione contagia in parte anche il finale, sebbene l’atmosfera sospesa che caratterizza questo catartico passaggio in mare aperto – successivo a una delle situazioni più sconsolate e drammatiche, toccate in sorte al protagonista – riesca, in fin dei conti, a produrre suggestioni forti.

Stefano Coccia

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