Il Paradiso terrestre può essere un luogo di perdizione
Esistono storie affascinanti e tragiche al tempo stesso, i cui dettagli storici si perdono per assumere i contorni del romanzo. Una di queste è certamente quella che circa un secolo fa ebbe luogo nella lussureggiante e allora disabitata isola di Floreana, arcipelago delle Galapagos.
E’ appunto lì che nel 1932 il tedesco Heinz Wittmer (Daniel Brühl) decide di andare, seguito dalla seconda, giovane moglie Margret (Sidney Sweeney), per far sì che il proprio figlio Harry (Jonathan Tittel), malato, possa godere del clima e rafforzarsi con l’impegnativa vita colonica. La scelta non è affatto casuale: da alcuni anni, infatti, si trovano solitari su Floreana altri due tedeschi, il dottor Friedrich Ritter (Jude Law) e la sua compagna Dora Strauch (Vanessa Kirby), impegnati a dimostrare al mondo l’efficacia di alcune teorie utopistiche e il loro disprezzo per la deriva presa dalla società, considerata una ipocrita messinscena da abbattere in modo rivoluzionario e radicale. Ritter sta dunque lavorando ad un suo libro, politicamente duro e rabbioso, mentre con i fatti desidera affermare che è possibile intraprendere un certo tipo di esistenza in questa sorta di Eden incontaminato. La pubblicità non sempre positiva che gli viene fatta in patria, mentre in Europa si fanno strada lugubri nazionalismi, attira però sull’isola un’altra insolita figura, quella della Baronessa Eloise Wehrborn de Wagner-Bosquet (Ana de Armas), che sbarca con intenzioni completamente diverse dai Ritter e dai Wittmer. Accompagnata da due uomini, entrambi suoi amanti, Robert Philippson (Toby Wallace) e Rudolf Lorenz (Felix Kammerer), costei si autoproclama signora di Floreana ed è convinta di poter costruire un lussuosissimo resort per ricchi turisti.
I Wittmer nel frattempo riescono ad imporsi sull’ambiente selvaggio e inclemente, costruendo una casa, un recinto per animali e anche un efficiente sistema idrico, sorprendendo il dottor Ritter (e destando in lui una recalcitrante ammirazione) che gli aveva negato qualsiasi aiuto, nella speranza che le enormi difficoltà convincessero i nuovi coloni a lasciarlo di nuovo solo con Dora e il suo lavoro letterario. La baronessa si lascia invece andare ad una vita sregolata e libera, amoreggiando con i suoi accompagnatori, tralasciando il suo iniziale e troppo ambizioso progetto e pensando solo a come sfruttare i suoi più capaci vicini, finché l’avanzare delle stagioni e la scarsezza delle risorse naturali non cominciano a presentare il conto.
Da questa complessa situazione prende le mosse una vicenda dai risvolti drammatici, una sequenza di fatti oscuri e violenti che comincerà a mietere le sue vittime senza che la verità, stando ai successivi, contrastanti resoconti dei sopravvissuti, venga mai del tutto chiarita. Il tanto agognato Eden si trasforma ben presto in un inferno avvelenato dalle peggiori pulsioni umane.
Ron Howard firma come produttore, regista e sceneggiatore (aiutando nella scrittura Noah Pink) questo Eden, una buona pellicola che è una interessante commistione di generi. Quasi attratto da un taglio documentaristico, il film è una attenta ricostruzione storica che vira verso i toni del thriller psicologico. Neanche per un istante si cede ad una visione idealistica della cultura da pionieri che questi europei potrebbero incarnare: la fotografia di Mathias Herndl rimane oscura, senza mai mettere in risalto i colori brillanti della natura, esaltandone semmai il carattere inflessibile e severo. In una qualsiasi delle stagioni che scandiscono il racconto, difficilmente veniamo illuminati da un sole caldo e mai abbiamo l’impressione che ci si possa rilassare in luogo come Floreana. Al contrario, ci vengono mostrati con minuzia sporcizia, parassiti, animali morti e divorati da altre bestie, sudore e fatica. E’ possibile perfino immaginare gli sgradevoli odori che i protagonisti emanano. Ci si rende conto di quanto sia volutamente lontana l’epica della frontiera, anche in virtù della assoluta mancanza delle comodità che diamo per scontate. Ammalarsi o avere bisogno di assistenza in un tale posto può essere una condanna, sia solo per un dente infetto: lo dimostra una delle più scioccanti scene di parto viste al cinema da anni, grazie altresì all’intensità recitativa di Sidney Sweeney, in passato sbrigativamente scambiata per una semplice sex-symbol.
Eden è un film brutale, molto diverso da ciò cui Ron Howard ci abituati, ma è anche un titolo che impressiona nella vivida rappresentazione della ferocia, intesa sia dal punto di vista naturale che da quello dell’animo umano il quale, messo sotto pressione dagli accadimenti e dalle circostanze, finisce per cedere agli istinti più primordiali. Probabilmente sarebbe stato saggio ascoltare l’ammonimento fatto dal dottor Ritter al nuovo arrivato Wittmer: “in queste condizioni il fallimento è inevitabile”.
Massimo Brigandì









