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A Year Apart

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VOTO: 7

Tra assenze e presenze

Martedì 8 aprile ha avuto inizio al Cinema Farnese di Roma il 22° Asian Film Festival. E per la prima volta, grazie anche alla consulenza di Daniele D’Orsi giornalista di Sentieri Selvaggi, ha preso forma una sezione cortometraggi più organica: nelle scorse edizioni la presenza dei corti era di fatto più incostante, rapsodica, mentre quest’anno saranno ben otto e uno di questi verrà alla fine premiato. L’apripista, ovvero A Year Apart di Ocean Chin, è stato proiettato proprio in apertura, nel pomeriggio; ed ha perciò anticipato il conturbante, allucinato e morboso lungometraggio diretto dal filippino Joselito Altarejos, Guardian of Honor.

Il primissimo lavoro visto quindi al Farnese, A Year Apart, proviene dalla Cina e abbracciando i canoni di una narrazione minimalista, distesa, rarefatta come le atmosfere che permeano il corto, riesce a far emergere lo stato d’animo dell’anziana protagonista, coniugando determinati retaggi tradizionali col senso di solitudine affiorante nella moderna metropoli. Interessante anche il background del suo giovane autore, che si chiama Ocean Chin e può vantare importanti esperienze di formazione all’estero: regista e direttore della fotografia, ha infatti proseguito gli studi universitari presso la celebre FAMU di Praga. Mentre nel 2018 è stato selezionato per la 10a edizione della Golden Horse Film Academy. E nel 2022 è stato scelto tra i dieci migliori registi della Falcon Project Short Film Season.
Sentiamo cosa ha da dirci riguardo alla realizzazione del cortometraggio: “Questo film ruota attorno alla vita di una vedova, in pensione, che abita da sola. Non si fonda su colpi di scena o forti emozioni, ma ci mostra piuttosto spaccati di vita quotidiana e come presenza fissa una statuetta di Guan Gong. Mentre le persone e gli eventi più importanti della vita scompaiono gradualmente, la donna si ritrova in una sorta di volontario esilio. Solo in seguito alla riscoperta di sé questa fase inedita della propria esistenza, segnata dal momento in cui la statua di Guan Gong scompare, potrà giungere al termine.
Il film trae ispirazione dalla vita di mia madre, riflettendo anche altre esperienze personali. Come molte donne dell’Asia orientale, mia madre è passata dall’essere figlia a moglie e poi madre, trasferendosi da una famiglia all’altra. Il tema della sua vita ruotava attorno al padre, al marito, al figlio e persino alla statua di Guan Gong. È solo negli ultimi anni della sua vita che ha finalmente trovato il proprio spazio e ha sperimentato un tardivo senso di libertà. Questa nuova libertà le era così sconosciuta che l’ha colta di sorpresa. Abbracciando una nuova vita, incentrata sui propri bisogni, con un misto di sensi di colpa e dolore, ha finalmente permesso a un barlume interiore represso di emergere.
Purtroppo, fu solo negli ultimi anni di vita che vidi emergere il vero Io di mia madre. La sua vitalità, la sua forza e il suo coraggio hanno ispirato la mia attività creativa.”

Questi elementi autobiografici ci riconducono a un corto in cui le attività domestiche della protagonista vengono osservate con un misto di affetto e di distacco, necessario a comprendere o almeno a intuire gli orizzonti emotivi e – in un certo senso – spaziali, entro cui la donna si muove. Le prolungate inquadrature ci permettono infatti di familiarizzare con lo spazio da lei abitato. In quel piccolo appartamento tende a concentrarsi tutto, dai ricordi personali a quegli oggetti che metonimicamente rappresentano il marito morto da poco e il figlio lontano. Una sorta di centralità viene attribuita dalla donna stessa alla divinità protettrice, nota come Guan Gong o Lord Guan, la cui statuetta è resa oggetto di una venerazione costante ma è destinata anche a sparire, dissolvenza quasi impercettibile all’interno di una delle tante scene riprese con la camera fissa, in uno dei momenti dall’impronta introspettiva, simbolica e magari – ma solo in minima parte – misterica più marcata del film.
Anche per questo, con dichiarato spirito antropologico, vogliamo chiudere la nostra disamina facendo qualche rapido cenno a tale culto, così diffuso in Estremo Oriente: Guan Gong (‘Lord Guan’), originariamente chiamato Guan Yu, è anche noto come Imperatore Guan e Guan Yunchang. Viene venerato da milioni di persone in Cina e in tutto il mondo. Piccoli santuari con statue di Guan Gong sono una presenza comune nei negozi e nei ristoranti, poiché la divinità è considerata uno dei simboli di lealtà e integrità più popolari dell’Asia orientale e, in quanto guardiano guerriero, si ritiene che porti protezione, ricchezza e fortuna. Come figura storica Guan Yu visse all’epoca dei Tre Regni e fu un famoso generale al servizio del signore della guerra Liu Bei. Fu personaggio chiave negli eventi che portarono Liu Bei alla fondazione dello stato di Shu Han, difatti governò e protesse la provincia di Jing per conto del proprio leader dal 214 d.C. per diversi anni ancora. Intorno al 219, Guan Yu fu catturato in un’imboscata dai guerrieri di Sun Quan (ex alleato di Liu Bei) e giustiziato. Le sue gesta furono narrate e messe per iscritto nei secoli successivi, in particolare all’interno del “classico” Sanguo Yanyi (Il Romanzo dei Tre Regni), opera scritta durante la dinastia Ming (1368-1644). Una delle tante storie su Guan Gong narra che attraversò cinque posti di blocco militari e uccise sei generali, solo per scortare e portare in salvo le mogli del proprio capo e fratello di sangue Liu Bei. La leggenda narra che il suo volto assuma un colore rossastro quando sta per uccidere i nemici. Ancora oggi, il generale divinizzato Guan Gong è spesso raffigurato con il volto rosso.

Stefano Coccia

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