Due uomini, quattro donne e una mucca depressa

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6.0 Awesome
  • VOTO 6

I (non più giovanissimi) ragazzi del coro

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa è una storia corale, ma è anche la storia di un coro. La commedia diretta da Anna Di Francisca ruota difatti attorno a svariati personaggi, alle loro delicate problematiche famigliari e soprattutto sentimentali, così come si presentano all’occhio esterno di un visitatore d’eccezione: Edoardo, compositore affermato ma in piena crisi d’ispirazione, il quale al momento di lasciare Roma per una estemporanea fuga in Spagna si troverà coinvolto proprio nelle piccole beghe dello scalcinato coro ecclesiastico, cui viene introdotto da un vecchio amico che ne fa parte. Storia di un coro, quindi, ma anche storia di un cast eccentrico e a suo modo frizzante. Il carismatico ma disilluso compositore è interpretato dal navigato Miki Manojlovic, sempre a suo agio in ruoli del genere, mentre tra i curiosi personaggi che interagiscono con lui vi sono diversi nomi noti. Da una Maribel Verdú popolarissima in Spagna e in parte anche fuori (Blancanieves di Pablo Berger e Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro, tra i suoi maggiori successi internazionali) alla rediviva Serena Grandi, dal nostro Neri Marcorè al grande attore argentino Héctor Alterio.

Questa pittoresca ciurma è resa protagonista di un’agile commedia che ha tutte le carte in regola per risultare accattivante, per quanto permanga l’impressione che dietro certi arguti scambi di battute resti alla fine un po’ poco, data la frivolezza di fondo dell’intreccio, fin troppo “antologico”; fin troppo teso, cioè, a risolvere in un modo o nell’altro i molteplici snodi di una trama che accumula una lunga serie di amorazzi, gelosie, passioni più o meno contraccambiate, frustrazioni, incontri folgoranti e chi più ne ha più ne metta. La qual cosa risalta ancor di più nel finale, allorché l’esibizione del coro diventa anche il pretesto per introdurre i destini dei singoli personaggi e dei loro intricati rapporti, esibendo così un retrogusto molto anni ’80.
La confezione è comunque onesta, curata, qualche sprazzo di ironia risulta anche gustoso e la stessa cornice offerta dal tradizionale paesino iberico finisce per essere valorizzata da una fotografia molto attenta alle connotazioni ambientali, opera questa del bravo Duccio Cimatti. Stupisce un po’, quindi, che un film con simili credenziali sia stato realizzato nel 2012 per restare poi bloccato fino ad ora, quantomeno in relazione al mercato italiano. Non è questo un “mistero della fede”, bensì uno dei tanti misteri della distribuzione nostrana…

Stefano Coccia

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