Dovlatov

0
9.0 Awesome
  • voto 9

It’s Hard to Be a Writer, It’s Hard to Be a German

All’interno di una selezione già di per sé soddisfacente, un lavoro come Dovlatov, diretto dal celebre cineasta – e figlio d’arte! – russo Alexej German Jr. e presentato in Concorso alla 68° edizione del Festival di Berlino, non passa di certo inosservato, ma, al contrario, riesce a lasciare a bocca aperta lo spettatore per la sua imponenza, mettendo in scena – con anche una forte componente autobiografica al proprio interno – una questione spinosa come quella del ruolo dello scrittore (e dell’artista in generale), nonché della censura in un’epoca storica come quella del post stalinismo.
Un’opera sentita, complessa, profondamente dolorosa questa realizzata da German, la quale – ambientata nel novembre 1971 – ci racconta una settimana della vita del giovane scrittore sovietico Sergej Donatovič Dovlatov, il quale, lavorando principalmente come giornalista, ma frequentando i maggiori intellettuali dell’epoca (tra cui il poeta, nonché suo caro amico Joseph Brodsky), vede continuamente i manoscritti dei suoi romanzi essere respinti dalle principali case editrici, in quanto egli stesso in qualità di autore è da sempre particolarmente inviso al regime.
È, dunque, nell’arco di soli sette giorni che questo lavoro di German si svolge. Sette, intensi giorni, durante i quali non solo la resistenza, ma anche il fermento culturale e la voglia di cambiamento fanno da protagonisti assoluti. Tale fermento è ben reso dai dialoghi che – al pari di un vero e proprio flusso di coscienza – si susseguono ininterrottamente per tutta la durata del lungometraggio, unitamente ad una macchina da presa che – vicina ma mai invadente e con lunghi, lunghissimi piani sequenza– si fa strada, di volta in volta, tra i personaggi presenti nel quadro, quasi come se – con empatia, ma anche con dovuto distacco – volesse darci un’idea generale di ciò che era l’ambiente intellettuale russo di quegli anni. A contribuire alla messa in scena, una fotografia dai toni decisamente smorzati, eccessivamente tenui, dove la nebbia della città sembra invadere anche ogni ambiente interno e che si rivela particolarmente adatta a raccontare in che modo le voci degli intellettuali dell’epoca venissero “soffocate”. Particolarmente emblematica, a tal proposito, la scena in cui vediamo lo stesso protagonista aggirarsi desolato all’interno di un cortile, all’interno del quale sono sparpagliate numerose pagine di libri. Nulla è lasciato al caso, in questo lungometraggio di German. Persino la scelta di una messa in scena differente dal suo solito.
Come mai, dunque, delle scelte così estreme e, se vogliamo, così drastiche? La risposta, di fatto, sta nel sottotesto del lungometraggio stesso. Chi ha avuto modo di apprezzare anche i lavori del padre del regista – ossia del grande Alexej German, scomparso nel 2013 – ben sa quali difficoltà l’autore abbia dovuto affrontare a causa del regime e quanto i suoi stessi lavori siano stati censurati in patria. Ed ecco che il Sergej Dovlatov qui protagonista non è più il Sergej Dovlatov scrittore, o meglio, non solo; ma è, soprattutto, trasfigurazione dello stesso padre del regista, del quale viene qui ripreso anche in parte lo stile di messa in scena. Forse non tutti ricorderanno, ad esempio, il bellissimo It’s Hard to Be a God (2013), dello stesso Alexej German padre, uscito postumo e presentato in anteprima anche alla Festa del Cinema di Roma 2013. Ecco, tale opera si distingueva per la singolarissima messa in scena, in cui, unitamente ad un curato bianco e nero, abbiamo potuto ammirare una serie di lunghi piani sequenza che ci mostravano – grazie a movimenti di macchina molto simili a quelli scelti per Dovlatov – gli abitanti di questa singolare città che tanto stava a ricordarci un quadro di Bruegel. Che sia, dunque, questo personalissimo lungometraggio di Alexej German jr un sentito omaggio a suo padre, che per tanto tempo ha dovuto scontrarsi con il potere, è cosa palese. E lo stesso German padre, simbolo di coraggio ed amore per l’Arte si fa qui paladino della libertà di parola e di opinione, che, anche in un’epoca come la nostra, non sempre vengono salvaguardate come dovuto.
Un film universale, questo magnifico Dovlatov. Universale, maestoso e meravigliosamente sincero. Un’opera di fronte alla quale non possiamo far altro che lasciarci trasportare come se fosse un fiume in piena e fermarci ad osservarla, dal basso verso l’alto, con ossequiosa riverenza.

Marina Pavido

Leave A Reply

dieci + 17 =