Default

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un dramma finanziario che lascia poco spazio alla speranza

Presentato quasi in sordina al Far East Film Festival 2019, vale a dire come primissima proiezione mattutina, forse per la sua materia spiccatamente economica (e quindi non per tutti allettante), Default è uno dei film più solidi che si siano visti in questi giorni a Udine. Ci parla della crisi economica del 1997 in Corea del Sud, eppure ha il merito di saper allargare i propri orizzonti concettuali, raccontandoci qualcosa anche del nostro tempo e della realtà di oggigiorno, senza per questo smarrire i propri riferimenti e perdere di vista lo sviluppo delle proprie trame principali. Sì, perché son ben tre i filoni narrativi più importanti di Default, alternati per l’intera durata del lungometraggio.
Siamo, come detto, nel 1997. Un’analista della Banca di Corea (Kim Hye-soo) si rende conto che l’economia del proprio Paese, apparentemente in salute, è in realtà fragile come non mai e, indebitata a causa degli ingenti prestiti stranieri, si avvia al collasso. Riesce ad avvertire i vertici del governo, ma oramai il tempo stringe. Oltre a lei e al suo team, ciò viene intuito anche da un brillante e spregiudicato operatore finanziario (Yoo Ah-in) che decide di licenziarsi per investire nell’imminente crisi assieme a due soci. Il loro scopo è arricchirsi, sfruttando l’intuizione del giovane operatore e procurandosi diverso contante in valuta straniera in attesa che il tasso di cambio diventi loro favorevole. Chi invece non ha la minima idea di cosa stia per accadere e un piccolo imprenditore (Huh Joo-ho) che accetta un lavoro che gli verrà retribuito con una cambiale da 500.000 won. Cambiale che in breve, non appena si prospetterà la bancarotta, si rivelerà cartastraccia.
Default parte da una buona regia per poi approdare a un ottimo risultato. È infatti salda la mano del cineasta Choi Kook-hee nel condurre la macchina da presa attraverso i più vari scenari, da una modesta officina fino ad arrivare alle sale del governo coreano. Non si corre il rischio di perdersi tra i meandri del suo film, perché egli sa mostrarti ciò che ti occorre per seguire l’andamento della vicenda nel momento esatto in cui ne necessiti: emblematica, a tal proposito, la scena in cui due discorsi s’intrecciano alla perfezione, quello dell’analista, che tenta invano di convincere i vertici del Paese ad adottare una politica d’emergenza che tuteli la classe media, e quello del giovane operatore, il quale arringa un piccolo gruppo di persone per convincerle che investire denaro in quel dato momento equivale a garantirsi un futuro da benestanti. Oltre a ciò, Default non risulta didascalico per quanto riguarda la spiegazione dei complessi modelli economico-finanziari che portarono alla bancarotta del 1997, ma sufficientemente chiaro senza per questo essere pedante.
Ciò che davvero di coraggioso vi è nel film è la condanna, spietata e senza appello, che Choi Kook-hee fa ai meccanismi capitalistici che hanno aperto al libero mercato il suo Paese, abbattendo l’economia locale e facendo pagare il costo della crisi ai settori più poveri della società. Se non fosse per il rapido epilogo che vede l’ex analista economica interpretata da Kim Hye-Soo ritornare in campo contro le alte sfere della politica coreana nel 2017, Default lascerebbe ben poco spazio a una qualsivoglia forma di speranza per il futuro della sua nazione e non solo. Resta impresso nella mente dello spettatore l’espressione cinica di Vincent Cassel, la cui presenza arricchisce il cast e che qui interpreta il freddo e calcolatore delegato del Fondo Monetario Internazionale, spedito in Corea del Sud per trattare le condizioni del prestito destinato a “salvare” il Paese dalla bancarotta (“How much do you need?” chiede ad inizio negoziazione, beffardo), ma in realtà al soldo degli USA, interessati ad approfittare della crisi per inserirsi nel mercato locale. Accanto a questo personaggio, l’altra figura simbolo della nascente e malsana era economico-sociale che si cominciò a prospettare dalla fine degli anni ‘90 è quella del furbo operatore finanziario. Nulla può fermare la sua corsa verso il successo, né farlo esitare lungo la via che lo condurrà a divenire uno degli uomini più ricchi della nazione. Nemmeno la vista di un uomo impiccatosi, a causa della crisi, in uno degli appartamenti che ha appena acquistato. Non è gentile e non scende a compromessi né con il suo Paese né con la sua epoca Default. Doveroso dargliene il giusto merito.

Marco Michielis

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