Dearest Sister

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7.0 Awesome
  • voto 7

Timeo Laos et dona ferentes

Avevamo adocchiato una novità non da poco, nel programma di questo 19° Far East Film Festival: la presenza del Laos! Era tutto sommato naturale approcciare una simile “new entry” con tanta curiosità e un pizzico di scetticismo, di timore, anche considerando che nella storia della piccola nazione asiatica sono stati realizzati finora appena una decina di film, compreso questo. Dovevamo quindi aspettarci il frutto di una scuola cinematografica appena abbozzata e non sufficientemente smaliziata? A sfatare qualsiasi preconcetto a riguardo ci ha pensato la regista stessa, Mattie Do, regalandoci innanzitutto uno show personale per certi versi memorabile, che la fa entrare di diritto tra i grandi personaggi di questa edizione del festival: l’abbiamo vista infatti salire sul palco col piglio di una navigata DJ, arringare la folla in un italiano assai sciolto, produrre battute a raffica,  ricordare curiose esperienze di lavoro a Roma (!!!) e introdurre il suo lungometraggio con una verve unica. Ci è piaciuto, in primis, che l’autrice abbia voluto rigettare subito il sospetto che il suo potesse essere l’ennesimo progetto cinematografico incentrato sulla “poverty”, sulle miserie cioè di un paese ancora poco sviluppato, preparandoci invece alla visione di un’opera che flirta di continuo col cinema di genere, col mistero, con il contatto a volte problematico tra Oriente e Occidente, contatto accennato di sfuggita nella trama ma risolto anche produttivamente da una senz’altro inedita co-produzione tra Francia, Laos ed Estonia. Alla prova del nove, il suo Dearest Sister si è quindi rivelato un elegante thriller soprannaturale, con alcuni buoni spunti atmosferici a compensare qualche incertezza nello sviluppo narrativo.

Abbiamo inoltre appreso che col precedente Chantaly (2013) la nostra Mattie Do aveva realizzato il primo film laotiano ad aver viaggiato, con discreto successo, nel circuito festivaliero. E con Dearest Sister questo piccolo “miracolo” si sta ripetendo: ciò che conquista maggiormente del plot è aver intinto una storia di apparizioni spettrali, abbastanza classica per il panorama del sud-est asiatico, in una cornice che oltre agli attriti sociali vede svilupparsi anche una latente competizione tutta al femminile, fatta di empatia e sospetti, di piccole gelosie e inaspettate confidenze, tra due giovani donne una delle quali sta progressivamente perdendo l’uso della vista.
Le tradizioni locali dicono che, perso uno dei sensi, per compensare se ne sviluppino altri, legati a facoltà soprannaturali. E così la povera Nok, sposata a un generoso occidentale (l’estone jakob, la cui attività nel Laos, pur continuando lui a vivere in una ricca villa, sta attraversando un brutto periodo), ha cominciato da tempo a subire nella florida ma inquietante dimora la visita di alcune spaventose presenze, con in più qualche sgradevole, tangibile segno del loro passaggio. Ma non è questo l’unico problema. A recarle conforto è stata invitata in casa una sua giovane cugina che viveva in campagna, Ana, destinata così a farle da filtro nei confronti della realtà circostante. Lo strano, incerto, morboso connubio di opportunismo ed affetto da lei dimostrato non sarà però sufficiente, forse, a proteggere il già sofferente nucleo famigliare dalle oscure trame che vedono protagonisti non tanto i fantasmi e le premonizioni, che pure continuano a manifestarsi, ma soprattutto certi domestici dall’animo malevolo…
Aporie della visione. Conflitti sociali in fieri. Occidentali che credono di sapersi districare in un ambiente a loro estraneo, ma ne restano infine soggiogati. Complesse psicologie femminili. Basandosi sulla così stratificata sceneggiatura di Christopher Larsen, la regista laotiana riesce a confezionare un thriller ricco di spunti interessanti dove è però la costruzione delle atmosfere l’elemento più riuscito, mentre l’evolversi delle varie situazioni lascia talvolta un po’ a desiderare, sotto il profilo dell’originalità e della coesione narrativa. Da vedere, in ogni caso, questo piccolo dono cinematografico (im)portato direttamente dal Laos.

Stefano Coccia

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