Deadpool

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5.0 Awesome
  • voto 5

Calci, cazzotti e facile ironia: come sbancare il botteghino statunitense

Siamo negli USA, il  giorno di San Valentino è alle porte e l’ennesimo film di supereroi è in prossima uscita, accompagnato da una incalzante quanto ironica campagna mediatica, che lo presenta come la prossima commedia per il giorno più romantico dell’anno, o sfida il potenziale pubblico a indovinare un anagramma composto da un teschio, un’emoticon a forma di cacca e una L che gli esperti di enigmistica non hanno faticato a riconoscere, menzionando a gran voce la soluzione: DEAD-POO-L. Se poi a questo fortunato mix si aggiunge la trovata palesemente strategica di classificarlo con la R di Restricted, impedendo ai minori di 17 anni di vederlo se non accompagnati da un adulto, suscitando ulteriore curiosità generale, ecco che ci troviamo nel giro di un solo weekend davanti a un film, Deadpool appunto, che ha letteralmente sbancato ai botteghini con 135 milioni di incassi. Ma siamo negli Stati Uniti, dove il debole per i supereroi della Marvel è assai accentuato e dove non si bada più a scene gratuitamente splatter o a insulti forzatamente infilati nei discorsi anche quando stonano, “purché si dica qualche parolaccia”.
Violenza gratuita, nonsense e volgarità sono le vere protagoniste della pellicola dell’esordiente Tim Miller, e nulla aggiungono alla trama, di per sé neanche da buttar via: Wade (Ryan Reynolds) è un mercenario “uno stronzo che si guadagna da vivere pestando quelli ancora più stronzi di lui” come ama definirsi, fidanzato con la bella Vanessa (Morena Baccarin) e perennemente nei casini. Dopo la drammatica scoperta di un tumore che nel giro di poco tempo dovrebbe condurlo alla morte, decide di sottoporsi alle torture del Dottor Ajax che risveglieranno in lui geni mutanti e lo trasformeranno in un supereroe dotato di un corpo in grado di rigenerarsi spontaneamente. L’impresa, apparentemente a lieto fine, presenta, tuttavia, degli inaspettati effetti collaterali che muoveranno l’intera trama del racconto.
È vero che si tratta dello spin-off degli X-Men; è vero che il cinema deve essere anche intrattenimento, ma quello che non ci si spiega proprio sono i turpiloqui, le teste mozzate, le lame infilzate di continuo, accompagnate da una goliardia per la quale effettivamente tutto assume i connotati di un fumetto, ma certamente un fumetto tra i peggiori, salvato da un solo elemento che trovavamo spesso nelle vignette di Deadpool degli anni 90 e che è stato intelligentemente riproposto: la rottura della “quarta parete”, ovvero il rivolgersi al pubblico da parte dell’eroe, in un cadenzato alternarsi tra dentro e fuori che ben si sposa con lo sviluppo della pellicola, alimentato da flashback, commenti fuori campo e citazioni che certamente i più nerd fra il pubblico sapranno cogliere e riconoscere.
È vero, dunque, che il pubblico italiano cerca anche un valore artistico nelle opere che gli vengono presentate, dalle più demenziali alle più sofisticate, ma è anche vero che la nostra società si è fortemente americanizzata, perciò saranno i botteghini a decidere se siamo ancora il popolo dei dolci piaceri estetici o siamo diventati dei rudi cercatori di calci, cazzotti e facile ironia.

Costanza Ognibeni

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