Country for Old Men

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5.0 Awesome
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È un paese per vecchi

Country for Old Men di Stefano Cravero e Pietro Jona più che per le sue reali qualità, sorprende per l’argomento trattato. È una curiosa illustrazione, rasentando la sociologia, che ci mostra un nuovo trend di molti pensionati americani, che smessa la loro vita lavorativa hanno cercato un sereno luogo dove poter vivere gli ultimi scampoli della loro esistenza. Nell’immaginario collettivo, il luogo per antonomasia è la Florida, che con il suo favorevole clima è un’ottima località per vivere. Leggendo qualche maggiore informazione su tale argomentazione, si scopre che la classica prassi dei pensionati americani, di economia benestante, è quella di ritirarsi in amabili e confortevoli resorts costruiti dall’azienda Del Webb, che negli anni Sessanta ebbe la lungimirante idea di edificare il primo artificiale “paradiso” per gente anziana, con un nome già illuminante: Sun City. Questa città del sole aveva le funzioni di creare un tranquillo territorio in cui gli abitanti, espressamente sopra i 55 anni, potessero giocare a golf, fare barbecue e relazionarsi con i propri simili. Una comunità chiusa che, leggendo le regole, proibisce che ci siano bambini (possono restare al massimo novanta giorni). Il documentario di Cravero e Jona, però, ci mostra come in un certo qual modo il trend sia mutato. Molti pensionati, di economia non eccessivamente benestante, hanno preferito un nuovo “El Dorado”, che gli permettesse di vivere molto degnamente gli ultimi anni di vita. Questo posto si trova a Cotacachi, una città della Repubblica dell’Ecuador, incastonata nella vallata della regione dell’Ibarra. In pratica un cambio “estremo” che sradica questa gente abituata a un certo tipo di vita e li porta in un paese con una differente concezione della realtà quotidiana. La città Cotacachi, però, non è stata scelta da questi pensionati perché è un prezioso paradiso (viene inquadrata della spazzatura che turbina per un refolo di vento, oppure uno dei pensionati decide di mettere delle inferriate alla propria porta), ma è stata preferita, dietro un pressante marketing, per il basso costo della vita.

Gli anziani insediatisi in questa nuova realtà, seppur vivano giornalmente in questa città, sembrano dei semplici turisti di passaggio. Si relazionano con gli indigeni del luogo (mercanteggiando o parlando di questioni più serie) però non hanno ancora appreso lo spagnolo in modo fluido. E a quanto si può percepire, non hanno una reale intenzione di apprendere l’idioma del paese. Questi pensionati sono come una piccola comunità, ma le relazioni non sono sempre buone. C’è chi fa capannello, mangiando in gruppo, e chi invece fa vita defilata, cercando di evitare i propri compaesani. Il (ri)collocarsi in questo sperduto luogo è stata una scelta anche per allontanarsi da disprezzabili connazionali che amano un determinato tipo di vita (ad esempio girare con la pistola). Osservando quest’anziana fauna, seguita leggiadramente dai due registi, si nota come gli individui siano allo stesso tempo un gruppo omogeneo (stesso stile di vita, come ad esempio possedere una bella casa) e disorganico nel modo di pensare (le differenti idee sugli Stati Uniti).
Country for Old Men, che rende omaggio e sbeffeggia il titolo del romanzo di Cormac McCarthy e l’omonimo film dei fratelli Coen, cerca solamente di fermare su video quanto hanno scoperto la coppia di registi, e il risultato finale si palesa semplicemente come un simpatico reportage su uno spicchio di mondo sconosciuto. L’interesse si spegne abbastanza velocemente, benchè i pensionati mostrino un certo brio vitale, essendo il documentario alquanto ripetitivo nella sua media durata.

Roberto Baldassarre

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